I Cavoni di Nepi

Quando si sente parlare di Vie Cave, immediatamente il pensiero vola verso le spettacolari tagliate situate nel triangolo di Pitigliano, Sorano e Sovana, in provincia di Grosseto.
Benché meno note e più nascoste agli occhi degli escursionisti, anche il Lazio nasconde numerosi esempi di Vie Cave.
Nel corso di questi anni ho avuto modo di vistare la Tagliata delle Grotte Cave di Rocca di Papa, le forre del Monte Artemisio, così come il Cavone di Canale Monterano, tutti suggestivi esempi di corridoi tufacei situati rispettivamente nei Castelli Romani e a due passi dal Lago di Bracciano.
Tuttavia, per tanto tempo, avevo ignorato l’esistenza di una vera perla del territorio laziale: i Cavoni di Nepi.

Benvenuti nell’agro falisco

Nepi è un paesino di circa 9.000 abitanti situato a circa 40 km da Viterbo. Lo si trova racchiuso nelle placide pieghe del territorio Agro Falisco, il quale all’apparenza si presenta -in maniera ingannevole- come una distesa verdeggiante e uniforme.
La cittadina rappresenta un fiore all’occhiello della provincia viterbese, il paese accoglie i visitatori in maniera dolce e brutale, mozzando di colpo il fiato con la vista della Rocca che si staglia oltre un ponte in pietra che si affaccia su di una cascata scrosciante.
Questo territorio, per antonomasia, era la dimora della popolazione dei Falisci. Le origini etniche di questo popolo sono avvolte nel mistero: una teoria sostiene che siano una popolazione italica autoctona e dunque di origine pre-indoeuropea, un’altra tesi ritiene che invece siano il frutto di una migrazione delle popolazioni indoeurope lungo l’asse nord-sud della costa ovest della penisola italiana.
La prima ipotesi vede i Falisci molto vicini agli Etruschi, loro alleati storici contro Roma: nonostante l’origine stessa degli Etruschi sia avvolta da una nube di incertezza (non mancano, di fatti, speculazioni circa un’identificazione etrusca con i Pelasgi, ovvero i popoli venuti dall’Oriente via mare) la teoria portante attualmente li inserisce all’interno dell’ alveo delle popolazioni pre-indoeuropee originarie della regione italica.
La seconda teoria -invece- li associa ai latini, con i quali condividono un ceppo linguistico comune attestato con iscrizioni a partire dall’età del Bronzo. Si parla, di fatti, di facies culturale latino-falisca.
Quale che sia la loro origine, resta un dato importante da tenere a mente: in tutto il territorio falisco sono scarse le testimonianze antecendenti all’Età del Bronzo, mentre risultano abbondanti i ritrovamenti risalenti alla Cultura Protovillanoviana (1175 a.C. e il 960 a.C.), il medesimo humus culturale da cui hanno avuto poi origine gli Etruschi.

Cavoni di Nepi

La bellezza del territorio falisco è da ricercarsi proprio nell’abbondanza dei corsi d’acqua che nei millenni hanno modellato il territorio in maniera straordinaria. Forre, cascate e grotte si annidano in ogni angolo della rigogliosa vegetazione che popola questi boschi sacri agli antichi.
Ed è proprio così che si viene introdotti al sentiero che conduce ai Cavoni, oltrepassando un ponticello in ferro che sormonta un fiumiciattolo in piena.
Se fino a poco prima ci si trovava a passeggiare nel mezzo di campi coltivati, basta superare quei pochi metri sopraelevati sull’acqua per essere proiettati in un bosco dai contorni fiabeschi.
Un altro varco è stato oltrepassato.
Un muschio iridescente lambisce le rocce, le foglie a terra formano un morbido tappeto uniforme, il torrentello scorre con regolarità, le prime nuove  foglie si affacciano sui rami degli alberi.
La funzione delle Vie Cave è incerta almeno quanto l’origine dei popoli che le hanno scavate. Benché in epoche storiche successive abbiano indubbiamente svolto un ruolo di tipo logistico nell’incanalamento idrico o nel favorire lo spostamento a dorso di mulo o, ancora, nel fornire delle ottime trincee “pronte all’uso” nel corso delle guerre, è ormai assodato che nell’Antichità furono realizzate per adempiere a scopi di tipo rituale.
Che siano stati gli Etruschi, i Falischi o persino una popolazione antecendente e scavarle.
Giganteschi dromos di tufo, porte d’accesso verso il regno sotterraneo in cui dimora il divino. Cancelli verso una dimensione altra, verso il mondo sottile. Dove la roccia serba i segreti raccolti in migliaia di passi.

Traghettatori di anime

La caratteristica che rende unici i Cavoni di Nepi è il dedalo che descrivono. Non si tratta, di fatti, di più Vie Cave parallele (come accade, ad esempio, nella Città del Tufo di Sovana o ai piedi di Pitigliano) ma di un vero e proprio sistema di Vie Cave.
Poco prima di imboccarne l’ingresso, è possibile arrampicarsi sulla destra e scorgere un’ampia caverna che si affaccia sul fiume, probabile ricovero preistorico.
Si sale lungo un ripido pendio, poi il sentiero descrive una curva e ci si ritrova proiettati all’interno della Tagliata. Le mura, alte e ieratiche, inghiottono il visitatore in un viaggio paradossale, nel quale pur ascendendo, si avverte il senso di discendere nel cuore umido della terra.
Il disco solare attende oltre la Via Cava, i raggi filtrano attraverso il verde del fogliame.
Si marcia verso l’alto con l’impressione di inabissarsi. E più si sale e più il tufo sovrasta ogni cosa, il muschio assorbe i rumori, gli odori si fanno più intensi e minerali, il fresco si muta in correnti gelide e un manto prismatico di riflessi rende luminosa e sotterranea ogni goccia di rugiada che popola le pareti.
La Tagliata si biforca ed è la prima volta che mi capita di trovarmi a un bivio all’interno di una tagliata.
La direttrice principale procede esattamente verso Nord-Sud, un asse esatto seguito da tante Vie Cave, il quale divide i due emisferi orientali e occidentali in due metà equinoziali perfette.
Svoltando a sinistra si prosegue per un tratto costellato da coppelle,  sacri marchi sacri emisferici escavati nella roccia. La strada si biforca ancora, sulla destra si finirà in un ampio campo coltivato, sulla sinistra si prosegue per poche centinaia di metri, per ritrovarsi poi su un sentierino boschivo sullo stesso livello del campo agricolo. Tornando noto la presenza di una grande croce scolpita nel tufo, segno inequivocabile di una “bonifica” cristiana dei luoghi sacri e antichi, appartenenti a una spiritualità perduta e pertanto considerata malevola.
Ma non solo: camminando con il naso all’insù si possono notare delle nicchiette definite Scacciadiavoli, nelle quali venivano inserite piccole edicole mariane o stipi votive a protezione dei passanti.
Ritorniamo nel tronco della Via Cava principale e stavolta svoltiamo verso destra. Questa porzione della tagliata è maggiormente scura e stretta rispetto alle altre.
Le Vie Cave, animate da processioni notturne in tempi arcaici, erano la strada d’accesso verso il regno dei morti. Un pattern costante e tipico di ogni Via Cava che si rispetti prevede tre elementi:

  1. presenza di un corso d’acqua nelle vicinanze;
  2. un orientamento direzionale preciso;
  3. prossimità con una necropoli.

I primi due punti erano presenti, mancava all’appello una necropoli a confermare questa tripletta che in genere si è sempre dimostrata vincente per scovare Vie Cave e sepolcri.
Dopo qualche centinaio di metri la mia speranza trova un appiglio concreto: in alto sulla sinistra, qualcosa cattura il mio sguardo. Una grossa radice si enerpica a mo’ di liana lungo la parete e circa due metri e mezzi da terra si scorge, incastonata nel tufo, una tomba a camera unica.
Mi arrampico con non poca difficoltà lungo il nodoso supporto, fino a raggiungere il sepolcro.
Coppelle e altre incisioni rupestre puntellano le pareti, il soffitto mostra un peculiare oculus dal quale filtra, trasversale, la luce. L’ingresso della tomba si affaccia verso Ovest, oltre il fiume, nella terra del Sol morente che gli Antichi identificavano con il Regno dell’Aldilà.
Da qui si sovrasta la Via Cava, in una visione super partes di quel solco profondo nel tufo il quale, più che separare, unisce le due sfere inscindibili della Vita e della Morte. Dell’Est e dell’Ovest.
Corridoi di pietra che traghettano l’essere umano verso l’ascensione, sprofondandolo nella terra.

Alessandra di Nemora

Per approfondimenti su come raggiungere i Cavoni di Nepi (e per scoprire tanti altri meravigliosi luoghi nascosti dell’Agro Falisco) si rimanda al relativo articolo sul blog di Luca Panichelli.

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