Grotta di Battiferro del Lago Albano

Osservando la caldera vulcanica che circoscrive lo specchio d’acqua del lago Albano – o lago di Castel Gandolfo – è difficile riuscire a immaginare quali segreti riposino inabissati fra l’intreccio verde che lambisce le sue sponde. Lungo il suo perimetro si incontrano il ninfeo del Bergantino, il ninfeo Dorico, l’Emissario del 398 a.C., resti di fari e porticcioli romani, il Villaggio delle Macine, la celebre Pietra Fattona. Alzando lo sguardo, invece, si nota subito l’ex Convento di Santa Maria ad Nives di Palazzolo, al di sotto del quale -nascosto nel fitto del bosco- giace il Romitorio di Sant’Angelo in Lacu, sovrastato dalle Grotte che negli anni ’80/’90 sono state teatro di rituali satanisti e seguito dalla Pentima della Vecchiaccia. L’occhio vaga leggero sui costoni, cullandosi fra le increspature dell’acqua, accarezzando lecci e castagni. Monte Cavo, ieratico, sorveglia lo scenario dallo sfondo, la Specola Vaticana  gli fa da contraltare, svettando da Castel Gandolfo.
Guardando con intensità la sponda orientale, quando luce favorevole del tramonto amplifica i contrasti delle ombre e accende la roccia di rosso vivo, si potrà però notare un ulteriore elemento: una serie di piccole grotte che punteggiano la parete verticale.

Fra Pietre e Palafitte

Quella porzione del costone aveva sempre attirato la mia attenzione, per un motivo o per l’altro. Prima di tutto, in quanto esposta verso Est e oggetto di un singolare fenomeno di allineamento solare nel giorno dell’Equinozio di Primavera, poi in virtù di queste grotte che richiamavano fortemente per conformazione la Necropoli di Pantalica del XIII/VIII sec a.C. circa (qui un’immagine esplicativa), con le sue tombe a grotticella ricavate dalla roccia viva, a picco sul canyon scavato dai fiumi che attraversano questa stupenda riserva naturale.
Cominciai a cercare informazioni, finché un giorno la mia curiosità venne soddisfatta dai video girati mediante drone e pubblicati su YouTube da Daniele Cataldi.
Le caverne orientali, coerentemente con quanto osservato dal video maker in riferimento agli studi del ricercatore Riccardo Bellucci, si trovano all’incirca alla medesima altezza del Romitorio di Santangelo in Lacu, luogo che al di sotto delle vestigia di epoca cristiana conserva una fiera anima che affonda le radici nei culti di rinascita legati ai cicli naturali. Nei pressi dell’eremo, di fatti, è possibile scorgere non solo segni di diffusa coppellettazione (incisioni rupestri connesse alla venerazione della Dea Madre) ma anche un singolare guscio lavico, modellato nella roccia vulcanica con una morbidezza e precisione sorprendenti, dotato di gradini e sedili in pietra. Benché non si abbia certezza della funzione originaria di questo manufatto, in base alle teorie connesse al simbolismo dell’uovo, convalidate dalla studiosa Marija Gimbutas nel suo testo “Il Linguaggio della Dea“, lo si potrebbe interpretare come uno spazio oscuro in cui ritirarsi in forma embrionale, prima di risorgere. In che anno possiamo incasellare questa sorta di “macchina per la rinascita”? Personalmente non son riuscita a risalire a studi in merito, però sappiamo con certezza che le sponde del lago di Castel Gandolfo sono state abitate fin da un’epoca molto remota.
Ne è testimonianza il villaggio delle Macine, insediamento su palafitte situato lungo la riva settentrionale dello specchio d’acqua. Le indagini archeologiche hanno comprovato che la sua estensione copriva circa un ettaro, caratteristica che lo classifica come il più grande villaggio palafitticolo d’Italia. La datazione, in questo caso, è avvalorata dagli studi scientifici e si fa risalire all’incirca a quattromila anni fa, nella media Età del Bronzo (XX-XIX secolo a.C. / XVII-XVI secolo a.C.).
L’abitato fu popolato fino al XV secolo a.C. quando l’innalzamento delle acque -causato da un movimento sotterraneo del magma nella camera del Vulcano Laziale– rese necessario l’abbandono dell’insediamento. Gli abitanti del Villaggio delle Macine sono ritenuti fra le primi cause antropiche degli scompensi dell’ecosistema lacustre, in quanto responsabili di un massivo disboscamento a danno delle querce che popolavano le foreste circostanti e della conseguente alterazione della faccia fisica del territorio.

Grotta di Battiferro

Seguendo la direttrice di studi circa il Villaggio delle Macine e indirizzata da una preziosa informazione suggeritami da Carlo Lungarini (responsabile del Gruppo Sentieristico Vulcano Laziale) sulla Pagina Facebook di Nemora, sono finalmente riuscita a incappare in una menzione circa le caverne situate sul lato est del Lago Albano.
In questo documento a opera di Graziano Nisio si parla della Grotta di Battiferro, la maggiore fra le caverne visibili a mezza costa, posta nei pressi del Convento di Palazzolo. Secondo quanto riportato, sarebbe parte di un abitato risalente all’Età del Ferro (II millennio – I millennio a.C) e questo speco rappresenterebbe, inoltre, un esempio singolare di “fucina naturale per la lavorazione dei metalli“. In sostanza, le miriadi di caverne che costellano la parete a mezza costa, potrebbero costituire un complesso i cui abitanti sfruttarono e rimodellarono la cavità maggiore per trasformarla in un enorme forno da destinare a una forma di siderurgia primitiva.
Purtroppo le informazioni disponibili si limitano a una manciata di righe nel documento presentato e ad alcuni passaggi ritrovabili sul sito del Comune di Castel Gandolfo: a quel punto, per soddisfare la mia sete di curiosità, non mi restava che tentare un avvicinamento al sito, pur non sapendo da dove cominciare.

L’esplorazione è stata improvvisata, condotta in un sabato pomeriggio in cui repentinamente mi balenò l’immagine di un sentierino che partiva da uno dei tornanti asfaltati che conducono al lago. Ho abbandonato la macchina a bordo strada e -una volta scavalcato in guard rail – mi sono ritrovata a camminare armata di Converse  e vestita di tutto punto sul ciglio di uno strapiombo sul lago avvinghiata a piante urticanti.
Insomma, una scelta poco orientata alla sicurezza. Tuttavia, il sentiero proseguiva fra saliscendi e io non riuscivo ad arrestarmi per tornare indietro, ipnotizzata dalla visione delle Grotte che si facevano sempre più distinte all’orizzonte. Non riuscii a raggiungere le caverne: purtroppo il tracciato si limitava a passarvi al di sotto, finendo poi per digradare verso la spiaggia nel versante boschivo. Però quel giorno guadagnai due vittorie: una vista mozzafiato sul lago (per la quale ho pagato volentieri il prezzo di una T-Shirt squartata dai rovi) e delle fotografie più nitide di quelle che ero riuscita a scattare in precedenza.
Oltre alle caverne dalla forma tondeggiante, nella foto di sinistra, balza all’occhio l’imponente antro di Grotta Battiferro (in alto a destra), nonché una curiosa struttura megalitica che ricorda la forma tipica dei menhir: che si tratti di un manufatto cultuale generato dalla stessa mano che scolpì l’uovo primordiale di Sant’Angelo in Lacu? Come sono state realizzati questi spechi a strapiombo sul lago?Come vi accedevano?
Quel giorno ero andata alla ricerca di risposte e sono rientrata a casa carica di interrogativi. E ne sono felice, perché questa tensione verso l’ignoto è il prodromo necessario per l’inizio di tutte le grandi avventure.

Incamminandomi verso l’auto al tramonto -ricoperta di graffi e piena di foglie e zeppi fra i capelli- c’era un’immagine che mi accompagnava: quella di un uomo di schiena che, con gli strumenti da lavoro abbandonati lungo i fianchi, si affaccia dal bordo di Grotta Battiferro per soffermarsi a osservare il sole che muore oltre il lago, sul mare, con il volto incendiato dai raggi ardenti, pari a un metallo incandescente.

P.S. alla fine, dopo diversi tentativi, sono riuscita a raggiungere Grotta Battiferro in un luminoso pomeriggio di Giugno. Le dimensioni imponenti della caverna non consentono uno scatto d’insieme dell’interno, ma questa è la meravigliosa visione che si è palesata davanti.

Grotta di Battiferro

Alessandra di Nemora

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