Monte Cavo

Gli Antichi e l’Impero delle Antenne

Divum empta cante, divum deo supplicate.
Cume tonas, leucesie, prae tet tremonti quot ibet etinei
de is cum tonarem.
[Carmen Saliare]

Da mons Albanus a monte Gabo, poi ancora da monte Gavo a Monte Cavo.
Ma in principio era il fuoco.
monte cavoLava eruttata dal cratere del Vulcano Laziale che sedimentandosi ha formato un alto cono di scorie le quali, una volta raffreddate e solidificate, hanno dato vita a questo rilievo di 950 metri.
Il monte Cavo ha ospitato gli umani fin da tempi remotissimi, le prime tracce riscontrabili riguardano un villaggio protostorico risalente all’età del bronzo (3.500 a.C. – 1.200 a.C.).
La sua denominazione originale significava monte di Alba ed echeggia la mitica civiltà di Alba Longa, mentre l’appellativo odierno deriva dall’insediamento latino Cavum, sulla memoria del quale è sorta l’attuale Rocca di Papa.

Monte Cavo era considerato dai popoli preromani la montagna sacra per eccellenza ed era sede del tempio di Iuppiter Latiaris, Giove Laziale, divinità massima adorata dalle popolazioni della Lega Latina e dalla Roma degli albori.
Fu il re Tarquinio Prisco (616 a.C. – 579 a.C.) a decidere di edificare sulla sua cima il santuario di Giove, il quale avrebbe costituito il riferimento religioso comune a Latini, Ernici e Volsci.
Tra gennaio e marzo qui si svolgevano le Feriae latinae, periodo in cui ci si asteneva da ogni conflitto per ascendere collettivamente verso il tempio e celebrare il padre di tutti gli dèi; erano tenuti a depositare le armi e a partecipare al pellegrinaggio tutti i delegati delle 46 città confederate latine. Inoltre, era prassi che i Consoli romani si recassero presso il Monte Albano per ringraziare Giove quando uno di essi otteneva una vittoria in guerra.
Le vestigia di questa antica tradizione sono ancora oggi custodite nella Via Sacra.
Il suo percorso aveva origine nell’Urbe e si snodava per 30 km, passando prima presso il Tempio di Diana Nemorense, per inerpicarsi poi sul versante del Monte per altri 6 km fino al raggiungimento del santuario. Questo tratto, detto anche via trionfale, si presenta oggi -dopo più di 2.000 anni- in gran parte perfettamente integro ed è ancora possibile percorrerlo seguendo i passi degli antichi calcando il basolato originale.

Incamminandosi lungo la Via Sacra si attraversa il bosco indisturbati.
Si può godere di meravigliosi scorci che improvvisamente si aprono sull’orizzonte, fino al mare, e sui laghi. Ma vale la pena gettare un occhio anche a ciò che si calpesta.
Prestando attenzione al basolato, si possono trovare delle incisioni molto particolari. Vi sono, di fatti, diversi studiosi che hanno confermato la presenza di falli scalfiti nella pietra. Si potrebbe trattare di vestigia di tradizioni religiose preromane e sopravvissute in via sacra - monte cavoun’epoca in cui Giove e Diana avevano già fatto la loro comparsa in vesti ufficiali.
La montagna, il picco più elevato e tendente verso il cielo, è di fatti generalmente interpretato come elemento maschile per eccellenza all’interno dei culti primitivi e non è un caso che siano proprio i promontori a essere consacrati a divinità maschili nelle pratiche pagane.
Tuttavia, nel corso delle mie passeggiate, ho avuto modo di notare anche la presenza di un altro tipo di incisioni, somiglianti a triangoli con la punta rivolta verso il basso.
Qualche chilometro più in giù, lungo le sponde del lago di Nemi, sorge il tempio di Diana Nemorense. L’acqua e gli ambienti chiusi e raccolti, per controparte, sono archetipi associati tradizionalmente al femminile.
Osservando lo spazio su un piano macroscopico e ragionando nell’ottica delle popolazioni antiche, è si nota come vi sia sempre una simmetria e un bilanciamento nel concepire il lato energetico e spirituale degli elementi naturali.
In questa prospettiva Diana -una Diana primordiale, nelle vesti di Dea Madre più che di mera dea della caccia- può ricoprire egregiamente il ruolo di controparte femminile del Dio padre di tutti gli Dèi.
Secondo la visione dello studioso Giuliano di Benedetti lo stesso Monte Cavo, osservato da Genzano, potrebbe essere interpretato come il ventre gravido di una donna il cui frutto del parto è rappresentato dal lago di Nemi e dall’area sacra del tempio di Diana Nemorensis.
Nelle culture arcaiche il triangolo e dei simboli simili alle V, entrambi stilizzazioni di una vulva, venivano utilizzati per rappresentare l’essenza generatrice della Dea Madre.
Si tratta di una semplice speculazione personale, ma chissà che non sia possibile che questo secondo ordine di incisioni non si trovi lì per rendere fertile controbilanciare l’elemento maschile, così schiacciante in un simile contesto simbolico-naturale.

Ascendere al monte Cavo è un’esperienza surreale.
Si tratta di un luogo in cui si fondono leggende antiche e moderne, dove echi ancestrali si stemperano nella decadenza di un vicino passato dai toni misteriosi.
E se ne dicono tante sul monte Cavo e sulle inquietanti antenne che oggi ne rappresentano il tratto distintivo.
In molti sono ancora convinti che venga detto Cavo perché vuoto al suo interno, a causa di un bunker che avrebbe dovuto ospitare in caso di guerra nucleare le 2.000 persone più importanti della nazione all’epoca della Guerra Fredda.
Sembravano tutte favole complottiste messe in giro dalle testate giornalistiche di sinistra nei primissimi anni ’80, dicerie legate alla propaganda politica del tempo.
monte cavo bunkerStorie che narravano di un labirinto di cunicoli scavati nel cuore della montagna e di strani movimenti. Solo fantasie popolari.
Senonché poi, nel 2015, il bunker ha chiuso i battenti ed è stato ufficialmente smantellato dopo 60 anni di attività. Insomma, non solo esisteva ma era anche attivo da un bel pezzo. Ma non è finita qui.
Da una serie di documenti declassificati negli ultimi anni, è emerso anche un altro inquietante dettaglio: proprio sotto il naso della NATO si nascondeva un arsenale che sventolava sotto la bandiera rossa ornata di falce e martello.
Il sito, posizionato nei pressi del mons Albanus, era noto al KGB russo con il nome in codice di Bor e proprio qui erano depositati degli ordigni pronti a esplodere sotto il comando radiocomandato in caso dell’innesco di un conflitto armato fra i due emisferi.
Pare che, fra l’armamentario occultato, figurassero anche delle piccole bombe nucleari.
È paradossale pensare che proprio Monte Cavo, un tempo emblema di pacificazione fra i popoli, per un periodo sia stato la rappresentazione in scala delle tensioni su cui si giocavano le sorti dell’intero pianeta.
Ancora oggi la cima del Monte Cavo è rigorosamente recintata e inaccessibile e seguendo la Via Sacra verso il picco, superando la celebre terrazza da cui è possibile ammirare in contemporanea i laghi di Albano e Nemi, scoprireste che il basolato termina bruscamente in una galleria murata dai cui spiragli provengono spifferi gelidi.

Scegliendo invece di uscire dal percorso boschivo e di proseguire fino al picco lungo il sentiero asfaltato, si arriva nei pressi di una grande struttura diroccata, intorno alla quale si staglia una foresta di antenne radiotelevisive.
Tutto intorno divieti di avvicinamento e cartelli indicano che ci si trova in una zona militare e controllata da sorveglianza armata.
La sensazione inquietante di non vedere nessuno ma di sapere che qualcuno invece c’è e ti sta osservando.  Un silenzio assoluto, intervallato solo da strani suoni metallici che riverberano dell’aria.
La costruzione -puntellata da impalcature- davanti cui ci si trova ha vissuto diverse vite.
Inizialmente sorse sulle spoglie del tempio di Giove Laziale in veste di romitorio dedicato a San Pietro, nel quale vissero missionario ed eremiti polacchi, spagnoli e fiamminghi.
Nel 1727 l’eremo venne convertito in monastero e fu sottoposto a un restauro nel corso del quale vennero ampiamente impiegati i resti del santuario pagano.
Il monastero ospitò importanti personaggi politici dell’epoca e il monte fu meta delle escursioni di alcuni grandissimi dell’arte, fra i quali Goethe, Hans Christians Andersen, Gioacchino Belli e George Sand.monte cavo: lago di nemi e lago albano
I religiosi nel corso dell’800 abbandonarono le mura e il monastero rinacque nel 1890 sotto le spoglie di un albergo di lusso, degno di ospiti quali il re Umberto II d’Italia, Luigi Pirandello, Armando Diaz e Massimo d’Azeglio.
Nel 1942 l’hotel viene smantellato e la struttura viene impiegata dalle forze armate tedesche come stazione per le telecomunicazioni.
E da quel giorno le antenne non se ne sono mai andate.
Quello che successe nel dopoguerra sul Monte Cavo, piccolo Olimpo dei Castelli Romani, è ancora oggi per lo più un mistero.
Sono numerose le persone pronte a giurare di aver visto strane luci aggirarsi al di sopra di esso di notte, luci appartenenti a un tipo di velivolo sicuramente non del tipo in uso all’Aeronautica Militare, la quale spartisce con le antenne un ampia porzione della cima.
In sostanza, si tratterebbe di UFO.

Per chi, come me, è nato e cresciuto sotto la sua ombra, Monte Cavo è soprattutto un punto di riferimento.
Si staglia al centro dei Colli Albani chiaro e inconfondibile, figura alta e fiera che si può scorgere da qualsiasi punto di Roma e segna un portale tra due mondi, oggi come 2.500 anni fa.
Da una parte c’è l’Urbe, luminosa, chiassosa, vitale e pervasa da un’energia nervosa e manifesta.
Poi c’è la Via che conduce verso il regno del sacro, della natura, vibrante di una potenza occulta e silenziosa. Verso il bosco dove i faggi secolari impugnano fra le radici i segreti di un luogo che rappresenta l’archetipo universale della montagna-dimora divina.
Dove, fra le onde radio e all’ombra di un intreccio di antenne, giacciono i pochi resti del tempio del più potente fra gli dèi.
E dove il dedalo chilometrico di un bunker deserto costituisce la prosecuzione idealistica di una Via Sacra deviata la quale, invece di elevare verso il Cielo, conduce in una gola buia.

Alessandra di Nemora

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