Piramide Etrusca di Bomarzo

La prima volta che vidi una foto della Piramide Etrusca di Bomarzo mi balenò in mente il passaggio di un racconto di H.P. Lovecraft, letto in adolescenza. La narrazione si incentrava sulle avventure di un marinaio naufragato su una strana isola, apparentemente disabitata.
Il ragazzo, camminando su questa terra sconosciuta, incappa in una serie di manufatti scavati nella pietra, dei monoliti eretti in onore di qualche divinità cosmica. Ma c’è qualcosa nel panorama che lo turba: in questo spazio è come se le leggi della fisica fossero annullate. Tutto ciò che lo circonda possiede una geometria sbagliata, diversa dai canoni che governano la realtà attuale.
Ecco, sbagliato è l’aggettivo con cui definirei la marca distintiva nell’architettura della Piramide di Bomarzo. Ma partiamo dall’inizio.

Scoperta del Sasso del Predicatore

Bomarzo è un paesino della provincia di Viterbo popolato da circa un migliaio di abitanti. La fama di questo luogo è dovuta alla presenza del Parco dei Mostri, giardino monumentale eretto nel Sacro Bosco per ordine del principe Pier Francesco (detto Vicino) Orsini. Tuttavia, nel 1991, qualcosa attira l’attenzione nel fitto della macchia di Bomarzo: un grande Sasso del Predicatore che svetta dal terreno.
I Sassi del Predicatore sono riscontrabili spesso nella Tuscia e in territorio etrusco e consistono, essenzialmente, in monoliti di dimensioni variabili lavorati con dei gradini che conducono alla sommità.
La presenza di questo Sasso del Predicatore nei boschi di Bomarzo, in realtà, era nota agli anziani del luogo praticamente da sempre. Ciò che distingueva questo esemplare dai suoi “fratelli” sparsi sul territorio, però, era la notevole grandezza. Nel 2008 Salvatore Fosci, proprietario di un terreno agricolo nei pressi del sito archeologico, dà inizio di propria volontà a un’opera massiva di pulizia del rudere.
Giorno dopo giorno vede emergere dal terreno un manufatto gigantesco, mettendo in luce ciò che si nascondeva sotto la punta dell’iceberg. A lavoro compiuto dal terreno emergerà un blocco massivo di peperino lavorato, una piramide tronca delle dimensioni di 8 x 16 metri.

Piramide di Bomarzo: datazione e funzione

La Piramide di Bomarzo è raggiungibile principalmente in due modi: attraversando la suggestiva Via Cava delle Rocchette oppure transitando per la Necropoli di Santa Cecilia. Noi abbiamo scelto la prima opzione, nel tentativo di accorciare il percorso per scampare al violento temporale estivo previsto in zona per il primo pomeriggio. Superata la Via Cava ci si immerge nella macchia boschiva, seguendo un sentierino che serpeggia fra gli alberi. Tutt’intorno si registra la presenza di tombe, massi modellati decorati con coppelle, cocci antichi, pestarole e tombe rupestri, preziose testimonianze della presenza umana fin dai tempi più remoti.
La Piramide si raggiunge dal basso e si palesa davanti a sé man mano che ci si avvicina, in un crescendo mozzafiato. Si rimane spiazzati di fronte a tanta magnificenza, possente e ancestrale. L’aria riverbera colpita dalla ieraticità profonda che il Sasso emana.
La prima differenza che noto in comparazione alla fotografie viste online riguarda la pendenza delle gradinate, decisamente più aspra rispetto a quanto immaginassi. I bordi irregolari, l’asimmetria, le scalinate interrotte e poi riprese, le forme suggerite ma non definite, tutto questo contribuisce a veicolare l’idea che ci sia qualcosa di sbagliato nella geometria del monolite. O meglio, più che sbagliato, sarebbe il caso di dire fuori contesto.
La Piramide di Bomarzo appare in mezzo al bosco come qualcosa proveniente dallo spazio siderale, da un luogo disciplinato da altre leggi matematiche.
In totale l’opera consta di 35 gradini divisi in due ordini di scalinate, rispettivamente da 26 e 9 gradini.
I fianchi presentano due grandi vani, costeggiati da vaschette e canaletti. Si tratta di una sorta di piramide, sì, ma ben lontana dai manufatti egizi. Ricorda piuttosto, di fatti, le piramidi mesoamericane o le ziqqurat mesopotamiche. La funzione dei Sassi del Predicatori, benché non certa, tradizionalmente si riconduce alla sfera del sacro e li si identifica come altari finalizzati alle celebrazioni in auge in epoca etrusca.
È bene specificare che al momento nessuna indagine archeologica è stata scientificamente condotta sulla Piramide Etrusca. Circa la datazione del monolite non vi è, dunque, una teoria univoca. Probabilmente la sua lavorazione si può collocare intorno al VII-IV a.C., tuttavia vi sono coraggiose tesi che retrodatano la Piramide al Periodo Villanoviano (XI a.C.). Ipoteticamente, si potrebbe immaginare una lunga tradizione nella venerazione dei questo masso vulcanico dalle fattezze  peculiari, estendendo il culto in forma primitiva fino alla fase Proto-Villanoviana e alla Cultura di Rinaldone (IV a.C.-III millennio a.C.). Gli studi archeoastronomici svolti sul Sasso del Predicatore hanno messo in luce quanto la sua disposizione possa renderla perfettamente compatibile con l’impiego tipico delle piramidi Maya e delle Ziqqurat: quello di osservatorio astronomico. Dalla sua sommità, di fatti,  possibile osservare non solo i movimenti del Sole e della Luna, ma anche avere una visione privilegiata delle due stelle Sirio e Antares.
L’orientamento della sommità verso Nord Ovest -ovvero la direzione in cui gli antichi identificano la dimora degli dei degli inferi- ne suggerisce, inoltre, il possibile utilizzo in qualità di altare destinato ai sacrifici rituali. Alla luce di questa interpretazione, perciò, i canaletti e le vaschette laterali assumerebbero la funzione di vie di scolo per liquidi sacrificali (compreso, come alcune teorie suggeriscono, sangue umano o animale).

L’ascesa verso le stelle

È impossibile resistere all’impulso di salire i gradini e ascendere verso la sommità della Piramide.
L’impatto con il primo gradino è incerto, colmo di rispetto e riverenza, poi ci si ritrova proiettati presto verso l’alto. Ai lati del masso si notano delle fossette rettangolari, forse destinate a fissare corrimano e coperture in legno a protezione dell’altare. La scalinata è ripida e al termine del primo ordine non si può fare altro che sostare per un istante a osservare il percorso appena intrapreso.
Voltandosi e guardando verso il basso si raccoglie l’impressione di un enigma dalla doppia faccia, di un viaggio in scala su di un promontorio di simboli. La montagna, in tutte le antiche culture, ha rappresentato il paradigma della sacralità. Nel Giappone antico la cima dei monti veniva considerata la dimora dei kami, gli dei locali, mentre per il taosimo il Maestro Immortale per eccellenza era colui che era entrato nel cuore monte dischiudendone i segreti.
Gli ultimi 9 gradini e il panorama della Tuscia si apre davanti ai nostri occhi. Qui in cima c’è un odore tenue ma distintivo. Sembra di inalare l’aria pregna di oscurità e infiltrazioni acquatiche che si respira nei sepolcreti e negli antichi luoghi ipogei, pur trovandosi elevati nel mezzo del cielo. Lo sguardo spazia verso lo scenario aperto, lanciato in direzione dei monti in lontananza. Poggio le mani sulla nuda roccia, nata dall’eruzione del vulcano Cimino più di 800.000 anni fa, lasciando che il calore emesso mi penetri nei palmi delle mani.
Chiudo gli occhi, inalo quelle particelle dall’odore sotterraneo. Penso alla gradinata, alla geometria sbagliata della Piramide, all’ascensione verso l’altro, ai monoliti…e incomincio a formulare dei collegamenti. Mi trovo per un istante improvvisamente a casa, nei Castelli Romani, sulla cima del Monte Tuscolo.

Come già trattato nei due articoli Monte Tuscolo, fra metapaesaggio e Tao e La civiltà perduta dei Castelli Romani, il Tuscolo nasconde un’anima ben più antica di quella latina e medievale, poco nota e trascurata dagli accademici.
Guardandosi intorno con attenzione è possibile notare i segni lasciati da una remotissima civiltà nella roccia, marchiandone il volto con petroglifi e monoliti escavati.
La vetta, in particolare, ospita numerose coppelle, canaletti, vaschette, nicchie artificiali e una sorta di piccolo dolmen. Nella parte più alta si incappa in un muro di cinta scavato nella roccia vulcanica, dal quale si può godere di un panorama mozzafiato sull’area archeologica romana. Ma non solo. Camminando verso sud e fronteggiando Monte Cavo ci si trova di fronte a una lingua tufacea discendente, dall’aspetto peculiare.
Osservandola dal basso assume tutta la forma di una gradinata grezzamente scolpita, nella mia mente da anni ribattezzata “scalinata arcaica“. Ho lungamente cercato informazioni circa questo manufatto, ma senza successo. I gradini imperfetti, i fianchi che la circoscrivono irregolari. È come se la sua sua geometria fosse…sbagliata.
Esattamente: la mano che ha scolpito quest’area sembrerebbe proprio la medesima della Piramide Etrusca. Ciò spingerebbe la datazione di entrambi i manufatti a un’epoca in cui queste due aree erano abitate da una cultura comune e non ancora scissa, ovvero prima dell’avvento etrusco (800 a.C. circa). Il periodo proto villanoviano (1.200 a.C.-1.000 a.C.) e villanoviano (1.000 a.C.-800 a.C.)  potrebbero rappresentare un’opzione valida, se non fosse che gli insediamenti villanoviani non sono molto comuni -benché non rarissimi- nel territorio a sud di Roma. L’alternativa è rappresentata dalla cultura rinaldoniana, ma questo vorrebbe dire retrodatare i due siti al 4.000 – 2.000 a.C., un periodo storico in cui immaginarsi la modellazione di un manufatto come il Sasso del Predicatore (pur tenendo conto di tutte le possibili rimaneggiature nei corsi dei millenni successivi) ha dell’incredibile. In sostanza, se la teoria si dimostrasse corretta, la Piramide Etrusca sarebbe più antica della Grande Piramide di Cheope. E se la cima del Tuscolo, al di sotto della cittadella medievale, nascondesse anch’essa una sorta di gigantesco Sasso del Predicatore?

Nel frattempo mi trovo ancora accovacciata nel cielo di Bomarzo, persa fra intuizioni e speculazioni. Valentina è già scesa e mi chiama dal basso – Ale, sta tuonando, è ora di andare!-. Sopra di noi il cielo si è fatto scuro, in lontananza si vedono i primi lampi. L’atmosfera è carica di elettricità. Mi alzo, guardo intorno e poi incomincio la discesa del monolite.
Facciamo qualche passo in direzione del sentiero, poi osserviamo un’ultima volta la Piramide prima di tuffarci nel bosco.
– Ma quel lastrone a sinistra dell’albero l’hai visto?-
Inclino la testa verso destra, guardandolo – Visto sì, ma non l’avevo osservato attentamente.-
– Sembrerebbe quasi una copertura ad hoc, cozza persino con tutta l’asimmetria che c’è intorno.-
– Accidenti, hai ragione sembra quasi…un guscio infranto.-
– E se un tempo l’intera struttura fosse avvolta nell’oscurità, all’interno di un “involucro di pietra”?-
I nostri discorsi vengono interrotti da un altro tuono. Ci voltiamo e cominciamo a camminare, lasciandoci alle spalle l’ennesimo enigma tracciato in terra dagli uomini in nome di una legge celeste.

Alessandra di Nemora

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