Tagliata delle Grotte Cave

La Tagliata delle Grotte Cave è un luogo che ufficialmente non esiste.
Non lo troverete indicato sulle cartine del Parco Regionale dei Castelli Romani, né menzionato nei grandi portali che si occupano della promozione turistica nei Colli Albani, tanto meno citato nella segnaletica nei boschi. Sul piano toponomastico si tratta a tutti gli effetti di un autentico non-luogo. Tuttavia, laddove il riconoscimento formale non arriva entra in gioco la memoria collettiva: questo scrigno di tufo e silenzio, annidato nel ventricolo del Monte Ara, esiste eccome.
La Tagliata delle Grotte Cave è un’arteria sprofondata nel verde dei boschi di Rocca di Papa, scavata nella nuda roccia e costeggiata da una moltitudine di cavità a camera singola o multipla, spesso connesse fra loro.
È un’area che, benché raggiungibile con un’ora di cammino e situato relativamente vicino al centro abitato, ha mantenuto un’anima fortemente selvatica. I rumori del traffico scompaiono man mano che ci si avvicina a questo luogo, la vegetazione si fa fitta, il cielo viene intrappolato da un reticolato di fronde. A terra, osservando con attenzione, si notano le tracce di quella fauna che negli ultimi anni sta reclamando con prepotenza il suo spazio nel territorio dei Castelli Romani, quali cinghiali, faine, lupi, tassi, scoiattoli e ricci.
Percorrendo la dorsale del Monte si può godere degli ultimi raggi di sole. Poi si notano le prime grotte comparire sulla destra, in un tracciato parallelo, e non resta che abbandonare la strada luminosa per immergersi nell’ombra verdeggiante.
Prima le cavità sono sparute, in gran parte nascoste dagli arbusti e dal terreno franato. Svoltando l’angolo che la via descrive ci si ritrova improvvisamente catapultati un imponente corridoio di tufo, con i fianchi lambiti da rampicanti, muschio e radici nodose, punteggiato da grotte che si affacciano come occhi sbarrati lungo il cammino. La temperatura di colpo scende, la qualità dell’aria muta.
Esattamente come avviene quando si imboccano le sacre Vie Cave Etrusche, ciclopici camminamenti scavati nel tufo. Nei Castelli Romani è possibile ammirare uno scenario simile solo in un altro non-luogo: le Forre del Monte Artemisio.
Entrambi i siti non solo mostrano delle vividissime somiglianze sul piano strutturale, ma condividono anche un destino affine: non sono tradizionalmente interpretate come Vie Cave.
Le Forre del Monte Artemisio, come è possibile leggere nel relativo articolo -benché abbiamo molto a che spartire con le loro sorelle etrusche- sono considerate formazioni di origine vulcanica, mentre per la Tagliata delle Grotte Cave viene narrata una storia decisamente diversa.
Una storia che ha inizio all’ombra della più grande tragedia nel Novecento: la Seconda Guerra Mondiale.

La Guerra e i ricordi degli anziani

Chiedendo agli abitanti di lunga data di Rocca di Papa informazioni circa la Tagliata delle Grotte Cave si sentirà rispondere che quest’opera risale al periodo antecedente la Seconda Guerra Mondiale.
La Tagliata altro non sarebbe che una cava di materiali da costruzione: in sostanza, si cominciò ad erodere questa porzione di bosco per trarne tufo e lapillo per finalità edilizie. Le cavità laterali altro non sarebbero, perciò, che nicchie da cui veniva cavata la roccia, impiegate in un secondo momento come ricoveri per animali da pascolo.
Nel corso della guerra, tuttavia, la popolazione di Rocca di Papa si ritrovò nella condizione di dover trovare rifugio dai bombardamenti e dagli attacchi armati e le Grotte Cave vennero a ospitare intere famiglie in cerca di sicurezza. Nuove cavità vennero scavate al fine di poter accogliere il maggior numero possibile di persone e la Tagliata fu popolata da sfollati fino al 1945, così come accadde all’Emissario del Lago di Nemi.
Questo è quanto riporta la storia orale trasmessa dalle ultime generazioni. Tuttavia, visitando questo posto suggestivo, è possibile notare alcuni elementi suggeriscono un’interpretazione non necessariamente diversa, ma per lo meno integrativa della visione consolidata.

Le Vie Cave e le memorie della roccia

La posizione in cui è situata la Tagliata delle Grotte Cave non la rende facilmente raggiungibile dall’abitato di Rocca di Papa e risulta complesso immaginarsi un agevole trasporto dei massi dal luogo di lavoro al paese, né il Monte in questo punto offre un fianco facilmente modellabile: perché dunque cominciare proprio qui a raccogliere rocce vulcaniche?
Le cave in genere si trovano su versanti scoperti dei pendii, laddove sia facilmente possibile aggredirne i fianchi, come testimoniano -proprio a Rocca di Papa- i resti della cava ormai dismessa situata a pochi passi dai Campi di Annibale. Tuttavia, l’umanità difficilmente nel suo passato ha operato scelte casuali ed è sempre possibile scovare -o almeno provare a indovinare- le ragioni autentiche dietro azioni apparentemente irrazionali.
Nel corso della Storia si raccolgono migliaia di esempi in cui manufatti preesistenti siano stati riutilizzati in epoche successive per finalità diverse da quelle originali, occorrenza particolarmente frequente sul territorio locale per quel che riguarda la cavità artificiali.
L’intera area dei Castelli Romani, di fatti, è costellata da grotte scavate dall’uomo nell’Età del Bronzo, basti pensare alla Necropoli del Vallone Tempesta e all’infinità di piccole sepolture disseminata in località Orti San Nicola a Nemi. Queste nicchie ricavate nella roccia lavica hanno vissuto almeno tre vite: dapprima sepolcri primitivi, poi tombe paleocristiane, infine ricoveri pastorali e rimessaggi per attrezzi agricoli.
Nel caso del Romitorio di San Michele Arcangelo possiamo persino contare una quarta reincarnazione a eremo cristiano, prima della consacrazione allo status di stalla.
Non è solo Nemi a fornire un vasto campionario di esempi di questo stampo e occorrenze del tipo illustrato sono piuttosto comuni in tutte le zone abitate fin da epoche remotissime.
La scelta di estrarre roccia vulcanica da uno specifico punto che non spicca in modo lampante per comodità, perciò, potrebbe assumere un senso nel caso specifico in cui il terreno risultasse già in parte scavato.
Le stesse Vie Cave Etrusche di Pitigliano, Sorano e Sovana, di fatti, sono state storicamente segnate da più rimaneggiamenti successivi e il piano del calpestio attuale risulta per tutte più profondo rispetto a quello originale. Da strade sacre finalizzate ad accompagnare gli umani verso il regno dei morti, si sono trasformate in valichi percorribili dalle bestie da soma, utili deviazioni per i corsi d’acqua, nonché trincee.
Non è difficile, dunque, pensare che gli abitanti del luogo si siano trovati -a conti fatti- nell’occasione di poter sfruttare una filone di scavi già avviati nel cuore del tufo.
Le autentiche Vie Cave, tuttavia, presentano una serie di co-occorrenze che ne costituiscono il sigillo.
Prima di tutto, in virtù della loro funzione di psicopompo (ovvero di accompagnamento nel mondo delle aldilà) si trovano sempre in corrispondenza di necropoli più o meno estese.
La seconda costante, invece, è determinata dalla presenza di corsi d’acqua.
L’ultimo requisito viene soddisfatto dal vicino Fosso di Pentima Stalla, piccolo canyon sormontato da una cascatella generatisi da un torrente che scorre nel cuore del bosco.
Cerchiamo ora di sciogliere il nodo costituito dal primo punto, riguardante le sepolture.

I 100 occhi della Dea

Attraversando la Tagliata delle Grotte Cave, superando una a una le nere cavità laterali, si ha l’impressione di essere osservati da decine di occhi ieratici, ma benevoli. Sebbene la storia di paese ci abbia trasmesso un’origine recente di questi manufatti, a un’osservazione più approfondita non sfuggono segnali impossibili da ignorare.
Le nicchie ricordano in maniera lampante i loculi preistorici diffusi in tutta l’area, benché molti di essi al loro interno presentino le tracce incontrovertibili di un riadattamento piuttosto recente ad abitazione, in maniera assimilabile a quanto si può ammirare nella Città Perduta di Vitozza (GR), laddove un’intera comunità si è trovata a vivere fino al 1800 all’interno di strutture che originariamente costituivano tombe a camera e tumuli.
La disposizione della Tagliata segue precisamente l’asse nord-sud, con il sole che sorge alle spalle del camminamento e la fronte volta all’ovest, il tramonto, direzione tradizionalmente associata dai popoli antichi al Regno dei Morti. Monte Cavo si staglia oltre il bordo superiore della Via e serba fra i suoi boschi un’altra remota rovina disposta secondo il medesimo orientamento: le tombe Grotticelle di Rocca di Papa.
È probabile che molte delle grotte cave (dette anche rotte cave, secondo il dialetto rocchiciano) siano state ricavate ex novo nel corso della sua funzione di Cava e durante la guerra, tuttavia su alcune di esse si nota la presenza di simbolismi e marchi rupestri che ne denotano una radice ancestrale: coppelle incise in pattern ordinati lungo gli ingressi. Ho già lungamente trattato di queste tipiche espressioni di sacralità primordiale nell’articolo dedicato alla civiltà perduta dei Castelli Romani e -in breve- basti dire che si tratta di escavazioni emisferiche che compaiono già dal Paleolitico come primissima espressione della spiritualità umana.
La loro origine è talmente remota da perdersi nella notte dei tempi, quando i primi aggregati umani incominciarono a elaborare speculazioni di tipo metafisico sulla natura e i cicli vitali. Nello specifico, secondo quanto esposto dall’eminente archeologa Marija Gimbutas nel suo testo Il linguaggio della Dea, quando incise su pareti verticali le coppelle consisterebbero nella rappresentazione figurata degli occhi della Dea Madre, dispensatori di luce e vita.
La sepoltura dei corpi, agli albori della civiltà umana, avveniva disponendo i cadaveri in posizione fetale. Il tumulo, la cavità, la tomba ipogea, altro non erano che un paradigma dell’utero materno, in cui il defunto veniva nutrito dalla Dea per poter rinascere e proseguire la sua vita in una dimensione altra.
Spazi bui, umidi, silenziosi, in cui in segreto aveva luogo una rigenerazione perpetua.
Come se ogni grotta cava fosse un occhio/utero messo a disposizione di coloro che ritornano nei luoghi della Dea, nella Natura, abbandonandosi al suo grembo materno, in cerca di rifugio.
Esattamente il tipo di accoglienza che qui trovarono, nel corso del secondo conflitto mondiale, le famiglie in fuga dalle atrocità perpetrate dall’uomo sui suoi stessi fratelli.

Alessandra di Nemora

Per scoprire come raggiungere la Tagliata delle Grotte Cave rimando alla guida fornita da Luigi Plos.
Nel caso in cui voleste addentrarvi in un tour virtuale del sito archeologico, consiglio la visione del relativo video di Sandro Pravisani, fondatore del progetto Geografia Sacra (nonché il primo a parlarmi di questo luogo).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *