Vita Liminale

Non sono un ubriaco, ma neppure un santo. Uno sciamano non deve essere un santo. Deve poter cadere in basso quanto un pidocchio ed elevarsi come un aquila. Deve essere dio e diavolo insieme. Significa trovarsi nel mezzo di una tormenta e non mettersi al riparo. Significa sperimentare la vita in tutte le sue espressioni. Significa fare il pazzo ogni tanto. Anche questo è sacro.
-Capriolo Zoppo, Sciamano Lakota-

Liminale, dal latino limen-mĭnis. Letteralmente ha il significato di “soglia” o “confine”.
Questo termine in psicologia viene impiegato per denotare un fenomeno che si trova al di sotto della livello percettivo o sensoriale. In antropologia indica i riti di passaggio o individui che si trovano in una fase di transizione.
Il liminale è colui che si trova a cavallo fra due status, caratteristica che lo pone su un livello altro rispetto al resto della comunità.
Tuttavia, di norma, questa condizione è passeggera: terminata la trasmutazione, si viene nuovamente ricollocati nella società.
Un semplice esempio è rappresentato dalle donne mestruate le quali si ritrovavano a dover osservare specifiche prassi sociali e igieniche. Nel Giappone antico, durante i giorni del flusso, veniva interdetta la preparazione dei pasti, attività di norma appannaggio tipicamente femminile. Nel Pentateuco – parte più antica dell’Antico Testamento ebraico- si vieta esplicitamente di toccare una donna con le mestruazioni, o persino anche solo di sedersi sulla medesime sedia dove questa si trovasse poco prima. Queste norme sono comuni a moltissime culture antiche. Trascorso il periodo in oggetto tutto tornava nella norma e si veniva nuovamente accolti e inseriti nel contesto sociale di appartenenza.
Il liminale è anche il neonato in attesa di ricevere i riti di nascita, tipici sia delle civiltà tribali che delle società moderne, basti pensare al Battesimo cristiano. La pena per la morte di un bimbo non battezzato, perciò non opportunamente collocato all’interno comunità, è il Limbo nel Purgatorio, ovvero il ristagno nella condizione di liminalità in eterno.
Il ragazzo in età puberale che ancora non ha superato i riti di iniziazione è un liminale, la coppia non sposata e un nucleo liminale, il cadavere privo di sepoltura è l’elemento liminale per eccellenza. Si tratta di status temporanei, di condizioni che subiranno una regolamentazione una volta gestite dalla comunità in modo simbolico. Se il processo di transizione viene interrotto i tabù si infrangono e le conseguenze sono disastrose.
Il giovane si ritroverà privato della sua virilità, la coppia divisa avrà fallito nell’adempiere alla finalità ultima del matrimonio – la procreazione e l’instaurazione di un nucleo familiare duraturo- il morto non avrà pace e tornerà sotto forma di spirito inquieto.
Tuttavia, esistono individui destinati a essere liminali per tutta la loro esistenza, a condurre un’intera vita liminale.
A volte questa liminalità è indotta dallo svolgimento di una professione che li pone quotidianamente a diretto contatto con i confini materiali o ideali di una società, quali i binomi vita-morte, civiltà-selvatico, ordine-caos, puro-impuro, sacro-profano.
Pensiamo alla casta dei paria indiani, cui tradizionalmente erano riservati lavori che hanno a che vedere con la nascita (ostetriche, dottori) e la morte (macellaio, conciatore di pelli, boia, crematore) o il contatto con la sporcizia (lavandaia, netturbino).
Altre volte il liminale è un individuo comune che ha trovato uno squarcio nella realtà e sceglie di vivere nel mezzo, perdendo -così- l’appartenenza definitiva a entrambi i livelli pur continuando a esistere su ambedue i piani. L’asceta, l’eremita, non è un liminale ma un personaggio scollato dalla società: ha rinunciato a essa, ha reciso i contatti.
Il liminale, invece, è un traghettatore, colui che abita a cavallo fra due dimensioni. È al contempo venerato, deprecato, necessario, contemplato e disprezzato. Si muove nella società portando dentro di sé i principi eversivi e distruttivi che la comunità vuole addomesticare.
È deriso, perché al di fuori degli schemi percepiti. È cruciale, perché sonda laddove gli uomini temono di addentrarsi. È disgustoso, perché striscia nell’impurità. È sacro, perché elevato.
È un artista, uno zingaro. Un poeta. Un tossico. Un santone da tendopoli. Un salvatore, un criminale. Un visionario, un vagabondo. Un disadattato, un esploratore. Una divinità, un mendicante. Il liminale è il caos selvatico che si aggira composto fra la folla. È dissociato, scisso, eppure Uno.
È  la mano, mancina, che gira le viti del mondo. 

Alessandra di Nemora

 

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