[{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"Article","@id":"https:\/\/www.nemora.it\/museo-delle-navi-romane-nemi\/#Article","mainEntityOfPage":"https:\/\/www.nemora.it\/museo-delle-navi-romane-nemi\/","headline":"Il Museo delle Navi Romane di Nemi","name":"Il Museo delle Navi Romane di Nemi","description":"Indice Cattedrale dell&#8217;AssenzaChe il male resti fuori: ingresso al Museo delle Navi di NemiAla destra: miracoli\u00a0e maledizioniAla sinistra: gloria delle memoria condannata Cattedrale dell&#8217;Assenza Il Museo delle Navi Romane di Nemi,\u00a0santuario decadente annidato in un bocca vulcanica. 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La storia ufficiale narra di un bombardamento alleato diretto verso una batteria antiaerea nazista formata da quattro cannoni, ma la testimonianza dei custodi dell&#8217;epoca riporta di soldati tedeschi che si aggiravano quella notte all&#8217;interno del museo con delle torce accese in mano, da qui la tesi di un rogo\u00a0volutamente appiccato.Il museo, d&#8217;altro canto, fungeva da ricovero per gli sfollati di guerra provenienti da Genzano e Nemi, non \u00e8 da escludersi -dunque- che si sia trattato di un banale incidente occorso all&#8217;interno del campo d&#8217;accoglienza.L&#8217;elemento saliente \u00e8 uno: il Museo delle Navi Romane non ospita alcuna nave da pi\u00f9 di 70 anni. Ma, allora, cosa c&#8217;\u00e8 all&#8217;interno di questo hangar gigantesco?Qualcuno l&#8217;ha definita &#8220;cattedrale vuota&#8221; tuttavia, in realt\u00e0, c&#8217;\u00e8 molto, molto pi\u00f9 di quanto lo sguardo possa cogliere fra le mura scrostate e la polvere negli angoli.Ma cominciamo dall&#8217;inizio.Che il male resti fuori: ingresso al Museo delle Navi di NemiUn cancello e un&#8217;inferriata verdi.Entrata dispersiva, il casottino in cemento per pagare il biglietto d&#8217;ingresso nemmeno lo si individua subito. Poi un ampio spiazzo, reperti archeologici semisepolti fra l&#8217;erba incolta delle aiuole, gettati alla rinfusa. Un simbolo rarissimo e antico spicca fra l&#8217;erba: un masso con l&#8217;incisione della quadruplice cinta, marchio esoterico presente nei punti pi\u00f9 magici della terra.Poi l&#8217;entrata imponente del museo, con le grandi lettere capitali in pieno stile fascista e le bandiere che sventolano in alto:MVSEO DELLE NAVI ROMANEGli archi, le vetrate alte. Sospingi il portone d&#8217;ingresso e sei all&#8217;interno.Accolgono il gelo sedimentato in un ambiente cos\u00ec vasto, l&#8217;aria pregna di umidit\u00e0 e l&#8217;odore dei luoghi in cui dimorano gli oggetti antichi.Il primo elemento che si incontra \u00e8 una mano in bronzo proveniente dal ponte di una delle due navi-tempio. L&#8217;etichetta recita &#8220;Mano con funzione apotropaica&#8220;. Lo scopo di questo feticcio, in sostanza, era quella di tenere lontano il male e la sfortuna.Posizionarla sul ciglio della porta d&#8217;ingresso, le assegna ancora una volta il suo antico scopo.La struttura interna del museo porta l&#8217;impronta inconfondibile delle navi di circa 80 metri che ospitava: due enormi ali esterne divise da una scala a chiocciola centrale.L&#8217;ala di sinistra \u00e8 dedicata ai pochi resti sopravvissuti all&#8217;incendio e alla memorabilia sul recupero dei relitti, l&#8217;ala di destra ospita reperti archeologici provenienti dall&#8217;area di Nemi e dagli altri scavi archeologici sul territorio dei Castelli Romani.Cominciamo l&#8217;esplorazione proprio da quest&#8217;ultima.Ala destra: miracoli\u00a0e maledizioniAll&#8217;accoglienza non c&#8217;\u00e8 nessuno, non si trova una mappa del percorso espositivo, il Museo \u00e8 deserto: sei l&#8217;unico avventore. Nonostante i fasti e l&#8217;attenzione catalizzata nel passata da questo luogo e i flebili tentativi di rilanciarlo, rimane per lo pi\u00f9 un&#8217;attrazione dimenticata da Dio.In pochi passi ci si ritrova trafitti dai raggi di luce opaca che invadono lo spazio dalle alte vetrate offuscate dal tempo. Le teche da esposizione, polverose e vetuste, sono sparse senza seguire un criterio logico.Ti affacci per osservare i reperti e a soddisfare la tua curiosit\u00e0 trovi soltanto delle brevissime etichette descrittive: l&#8217;immaginazione far\u00e0 il resto.Un elmo dagli occhi vuoti, decine e decine di lucerne accatastate, monili provenienti dalla Tomba Principesca del Vivaro, il fossile di un mammifero preistorico intrappolato nell&#8217;arenaria da millenni.Ere geologiche e storiche che si avvicendano senza un continuum e tu, confuso,\u00a0continui a fare avanti e indietro fra i mobiletti in vetro per evitare il rischio di perderti qualcosa.Rimani sulla periferia della vasta sala, osservi ci\u00f2 che \u00e8 esposto al suo perimetro. Lo hai visto nelle fotografie d&#8217;epoca, lo hai letto nei cartelli informativi e sai che al centro di ognuna delle due ali era depositato l&#8217;immenso scafo di una delle due navi.La sua carcassa \u00e8 scomparsa fra le fiamme decenni e decenni fa, ma la sua sagoma rimane impressa nella struttura che la accoglie.\u00c8 come ricavare una forma osservando il negativo di una fotografia: ne delinei i contorni e la mente riempie gli spazi vuoti con angoli e colori.Rievochi l&#8217;odore del legno umido, sepolto sotto i fanghi e i flutti del lago per quasi duemila anni. Ricostruisci l&#8217;intelaiatura, l&#8217;enorme timone e poi ti spingi ancora oltre. Ergi strutture in marmo variopinto e il vascello prende vita. I fumi degli incensi accesi in onore della dea Iside, il cui culto egizio veniva praticato sulle sponde del lago, i canti, il fruscio degli abiti delle vestali.Un battito di ciglia ed \u00e8 tutto scomparso: sei di nuovo solo fra gli spifferi e le macchie d&#8217;umidit\u00e0 che si aprono un varco negli angoli della sala.Fra i reperti ve ne sono alcuni che catturano la tua attenzione in modo particolare.Una teca a tre ripiani \u00e8 stipata di riproduzioni in terracotta di organi e arti umani. Si trovano mani, cuori, vesciche, uteri, falli, orecchie, gambe e persino un piccolo mezzo busto con le interiore esposte.Si tratta di ex voto\u00a0offerti dai fedeli presso il tempio di Diana Nemorense nel corso dei secoli, nella speranza che la dea li aiutasse nel guarire da un disturbo che colpiva quella specifica area corporea.Nel caso di offerte rappresentanti organi genitali, la richiesta era indirizzata verso il concepimento di un figlio. Questa specifica offerta \u00e8 simbolica del valore che Diana ricopriva per i popoli della zona: non mera divinit\u00e0 della caccia, ma Dea Madre dispensatrice di vita e fertilit\u00e0.Osservi la teca piena di organi e membra. Questa visione ti ricorda l&#8217;usanza di lasciare protesi e stampelle nei pressi dei luoghi in cui avvengono le\u00a0apparizioni mariane.Nel mobiletto accanto, tra fregi e epigrafi latine, spicca un reperto anomalo.Un piccola incisione in un alfabeto che non conosci. Assomiglia al futhark, l&#8217;antico alfabeto germanico, ma nei tratti ma c&#8217;\u00e8 qualche elemento che ti fa capire che si tratta di qualcosa di diverso.Scruti a lungo, poi volgi lo sguardo verso l&#8217;etichetta e non puoi fare a meno di trasalire: si tratta di una maledizione in lingua etrusca, un maleficio scagliato contro un nemico.Gli etruschi erano noti fra i romani per la loro dimestichezza con le arti magiche e furono loro a importare nell&#8217;Urbe la pratica dell&#8217;aruspicina, rituale nel corso del quale venivano analizzati fegato e viscere di animali sacrificati per fini divinatori. Gli aruspici, considerati stranieri in territorio latino e romano, non appartenevano alla classe sacerdotale, eppure erano largamente consultati quando vi fossero necessit\u00e0 di natura pratico-spirituale, quali predire\u00a0il futuro o lanciare maledizioni.Ti allontani da quello stralcio di pietra scura e finalmente ti immergi nel centro della sala, dopo aver lanciato un rapido sguardo ai sarcofagi presenti negli angoli.Non dovresti trovarti l\u00ec, quello spazio appartiene a un relitto.Eppure ora \u00e8 costellato di statue in marmo: l&#8217;imponente Minerva, Atteone mutato in cervo e sbranato dai cani di Diana, il gigantesco Caligola sfigurato dalla damnatio memoriae.Uno stralcio delle Via Sacra che, seguito in linea retta, conduce verso il Santuario di Diana Nemorense.Gioielli, piatti, ceramiche. Un girotondo storico confusionario all&#8217;ombra delle grandi assenti che dimoravano in questi ambienti.Non importa in quale periodo dell&#8217;anno visitiate il Museo, il gelo e una luce grigia e indiretta vi accompagneranno fra una teca e l&#8217;altra. Sempre.Ala sinistra: gloria delle memoria condannataSi oltrepassa la scala a chiocciola e la proiezione che mostra i filmati storici del recupero delle due navi e ci si trova nell&#8217;ala di sinistra, dedicata ai relitti e all&#8217;impresa della loro rinvenimento.L&#8217;opera ha visto un carosello di archeologi, ingegneri e operai circolare nel lago di Nemi negli anni fra il 1928 e il 1932. Foto color seppia di uomini in giacca, cravatta, bombetta e baffi a manubrio che osservano le pompe idrovore prosciugare il lago. Gente in maniche di camicia armata di pala che scava nel fango. Ricostruzioni del primo tentativo di recupero, effettuato da Leon Battista Alberti nel lontano 1446, cui ne sono seguiti molti altri nei corso dei secoli a venire.Le due navi hanno lottato per rimanere ancorate al fondale lacustre e l&#8217;unico modo per riportarle in superficie, alla fine, fu mettere in secca il lago. Un&#8217;azione violenta, intrusiva, giustificata dalla testardaggine e dalla curiosit\u00e0. Purtroppo il trofeo ha avuto vita breve.Continui a passeggiare fra le foto e le ricostruzioni in scala delle navi. Questo museo \u00e8 un monumento all&#8217;evocazione, l&#8217;esatto opposto della damnatio memoriae di Caligola per la quale i due lussuosi templi galleggianti furono affondati.La distruzione delle navi nel rogo del &#8217;44, in termini fatalistici, pu\u00f2 essere considerata come la riaffermazione \u2013 con forza \u2013 che l&#8217;uomo non ha il potere di riabilitare ci\u00f2 che \u00e8 stato maledetto e condannato con anatema divino tanto tempo fa.Passeggiare in questo guscio vuoto \u00e8 un rito nel quale si rivive ad libitum la memoria di un fasto perduto e, concentrandosi cos\u00ec intensamente su un&#8217;entit\u00e0, in un certo senso la si rigenera.Passo dopo passo, fra la muffa, l&#8217;umidit\u00e0, le crepe, si ha la sensazione stessa di trovarsi dentro un vascello affondato: il Museo stesso \u00e8 un relitto. Il freddo che si avverte, l&#8217;isolamento, il silenzio, ricreano le condizioni eteree in cui si trovavano le due navi sul fondale del lago. Si fluttua, sospesi, in uno spazio senza tempo.E a spalleggiarci, per tutto il percorso, ci sono queste enormi carcasse fantasma di cui non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 prova tangibile ma la cui presenza \u00e8 palpabile. Come il formicolio che avvertono gli amputati nell&#8217;arto mancante.Sulla scia di questa presenza incombente, in questi ultimi tempi, \u00e8 scattata la ricerca di un&#8217;ipotetica terza nave, negata dalla storia ma favoleggiata dalle popolazioni locali.Una parte di noi arriva inevitabilmente a chiedersi &#8220;Non sarebbe stato meglio lasciarle nel fondo del lago?&#8221;. Indubbiamente ora sarebbero ancora intatte, sicuramente sarebbero state preservate.Ma camminando fra le strade di Nemi, lungo la riva del lago, nei pressi di questo tempio marcescente, tutto desta un senso che nel suo generarsi assume fattezze ancora pi\u00f9 grandi di quelle che avrebbero avuto i due scafi sani e salvi davanti ai nostri occhi: il senso della tragedia e la brama del perduto. La glorificazione del bello non avviene non con il suo manifestarsi, ma si verifica con la sua rovinosa caduta. Ed \u00e8 in queste ferite che si innesta la memoria pi\u00f9 ostinata, alla quale si accostano l&#8217;esaltazione e l&#8217;innalzamento di un elemento non presente.Che passeggiata di notte con la tua assenza al mio fianco: mi sta accanto il sentire che non vieni con me.Cos\u00ec recitava Pedro Salinas ne La Voce a Te Dovuta ed \u00e8 in questa ottica che mi piace\u00a0intendere la visita di questo luogo: il Museo delle Navi Romane \u00e8 un omaggio a un&#8217;assenza che accompagna.Oltrepassi la mano in bronzo, sposti il pesante portone. Uscire all&#8217;esterno \u00e8 come riemergere in superficie, dopo una lunga apnea subacquea.Questo \u00e8 il tempio dell&#8217;evocazione, uno scrigno di vuoti. Un luogo che custodisce\u00a0e incripta le presenze.Tornando, in un gioco di specchi e rottura delle barriere fisiche, ci si sorprende nell&#8217;incontrare se stessi persi ancora sul fondale quieto, nell&#8217;ombra proiettata dallo spettro di un relitto.\u00a0Alessandra di NemoraContinua l'esplorazioneIl mistero della Gorgone di Nemi: la statua della MedusaLo speco di San Michele Arcangelo (Nemi) &#8211; Pt.1Lo speco di San Michele Arcangelo (Nemi) &#8211; Pt.2Emissario del lago di Nemi: storia, funzione e percorsoMeraviglioso Tragico DestinoLa Necropoli di Vallone Tempesta"},{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"BreadcrumbList","itemListElement":[{"@type":"ListItem","position":1,"name":"Il Museo delle Navi Romane di Nemi","item":"https:\/\/www.nemora.it\/museo-delle-navi-romane-nemi\/#breadcrumbitem"}]}]