[{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"Article","@id":"https:\/\/www.nemora.it\/recupero-delle-navi-di-nemi\/#Article","mainEntityOfPage":"https:\/\/www.nemora.it\/recupero-delle-navi-di-nemi\/","headline":"La storia del recupero delle navi Romane dal lago di Nemi","name":"La storia del recupero delle navi Romane dal lago di Nemi","description":"Gli scheletri di due gigantesche navi riposano sul fondale lacustre. I flutti smuovono dolcemente la vegetazione che li avvolge, simulando il respiro di una bestia sopita. Attorno alle imponenti strutture lignee, sommerse nel fango, vi sono le vestigia di una gloria ormai lontana: mosaici, bronzi, statue, capitelli. 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I flutti smuovono dolcemente la vegetazione che li avvolge, simulando il respiro di una bestia sopita.Attorno alle imponenti strutture lignee, sommerse nel fango, vi sono le vestigia di una gloria ormai lontana: mosaici, bronzi, statue, capitelli. I relitti sono adagiati l\u00ec da secoli, anzi, da oltre un millennio.Siamo al lago di Nemi, quello che viene celebrato sui cartelli turistici come \u201cIl paese delle fragole e dei fiori\u201d. Ma Nemi \u00e8 molto di pi\u00f9 di un borgo incantevole, di quelli ideali per una passeggiata domenicale. Nemi possiede un genius loci talmente potente da mozzare il fiato. Non c\u2019\u00e8 neanche bisogno di conoscere la sua storia antica per avvertirne la presenza. Non \u00e8 necessario sapere del tempio di Diana, del culto del Rex Nemorensis, dell\u2019eremo di San Michele Arcangelo, della ninfa Egeria, del Ramo d\u2019Oro, di Esculapio e nemmeno del folklore che ancora oggi ammanta il bosco sacro. La sola permanenza in questo luogo \u00e8 sufficiente a suggerire che ci sia qualcosa di pi\u00f9. Basta un piccolo cenno di sensibilit\u00e0 da parte del visitatore: l\u2019anima ancestrale del nemus scatta, afferra al collo, cattura, trascina.E questa volta ci trascina con la testa sott\u2019acqua, per riscoprire uno dei capitoli pi\u00f9 stupefacenti dell\u2019archeologia mondiale: la storia del recupero delle navi di Caligola.IndiceNel Medioevo si narrava di tesori maledettiLe esplorazioni rinascimentaliI tentativi di recupero e le indagini del XIX secoloIl recupero delle navi di Caligola (1927-1932)Il Museo delle Navi Romane di Vittorio Ballio MorpurgoLe due navi e le scoperte scientificheL\u2019incendio e la distruzione delle naviLa fine di un sognoFonti essenziali consultateNel Medioevo si narrava di tesori maledettiVeduta aerea del lago di NemiNel Medioevo il culto della dea della caccia \u00e8 ormai solo un ricordo. Il clima, permeato dal timore divino e dalla superstizione, fa s\u00ec che vestigia visibili del tempio di Diana Nemorense vengano ribattezzate \u201cgrotte del diavolo\u201d.Sullo Specchio di Diana &#8211; antico appellativo del lago, rimasto in uso in epoca medievale &#8211; circolano delle strane leggende. Pare, di fatti, che di tanto in tanto le reti dei pescatori si incaglino sui fondali, in particolare nei pressi della sponda settentrionale, la quale risultava a tratti popolata da \u201ccose grandi e lisce\u201d. Di tanto in tanto, le reti restituivano frammenti di legno, porzioni di oggetti che di certo non potevano essere di origine naturale, manufatti di vario tipo.Svetonio (I-II d.C.) e Cassio Dione (II-III d.C.) attestarono nei loro scritti l\u2019esistenza di due navi costruite dall\u2019Imperatore Caligola (che regn\u00f2 dal 37-41 d.C.) nel lago di Nemi, ma ogni riferimento esplicito alle imbarcazioni era da tempo scomparso dalla memoria collettiva.Sulla base di quanto riportato dai locali si sparse dunque una voce: il lago custodiva nelle sue acque scure i resti di un\u2019epoca corrotta, forse reliquie di riti pagani. Ci\u00f2 non fece altro che rafforzare l\u2019aura mistica del luogo.Le esplorazioni rinascimentaliArriva per\u00f2, infine, il Rinascimento, con il suo fervore per la riscoperta dell&#8217;antichit\u00e0 classica. Questa epoca diede avvio ai primi, spericolati, tentativi di indagine, volti a svelare il mistero che si celava oltre le voci della popolazione.Leon Battista Alberti, il primo tentativo di recuperoCollocazione delle due navi nel lago di Nemi, &#8220;Le navi di Nemi&#8221; di Guido UcelliNel 1446, il cardinale Prospero Colonna, figura di spicco della gerarchia ecclesiastica e proprietario dei feudi di Nemi e Genzano, fu spinto dalle testimonianze dei pescatori locali verificare la natura di questi resti di cui tanto si parlava. Per dirigere l&#8217;impresa, il cardinale si rivolse a Leon Battista Alberti, l&#8217;architetto e teorico che meglio incarnava l&#8217;ideale umanistico in un\u2019epoca in cui arte e scienza andavano a braccetto. Alberti, come testimoniano le cronache dell\u2019amico Flavio Biondo nel suo Italia Illustrata, concep\u00ec un&#8217;operazione pionieristica per l&#8217;ingegneria navale e l&#8217;archeologia.Il metodo adottato prevedeva l&#8217;impiego di un&#8217;enorme\u00a0zattera formata da file di botti di vino vuote, legate insieme per fornire la spinta di galleggiamento necessaria a sostenere un complesso sistema di argani e pulegge.L&#8217;aspetto pi\u00f9 affascinante di questo tentativo fu l&#8217;ingaggio di esperti nuotatori e palombari ante litteram provenienti da Genova, i cosiddetti marangoni, rinomati per la loro capacit\u00e0 di operare in apnea a profondit\u00e0 considerevoli. Questi subacquei avevano il compito di scendere fino ai relitti e fissare dei robusti ganci di ferro alle strutture lignee degli scafi.Biondo descrive cos\u00ec la mastodontica sagoma che, gradualmente, diventa pi\u00f9 nitida metro dopo metro, man mano che i nuotatori procedono nella discesa fra le acque scure:\u201cEssa era composta tutta di tavole grosse tre dita di un legno chiamato larice; e tutta intorno al di fuori era coperta d\u2019una buona colla di color giallo, o purpureo; e sopra questa vi erano tante piastrelle di piombo, chiavate con spessi chiodi non di ferro, ma di bronzo, che mantenevano le navi e la colla intera, e la difendevano dall\u2019acqua e dalle piogge. Di dietro poi era talmente fatta, che non solo era sicura dall\u2019 acqua; ma si poteva dire e dal ferro, e dal fuoco. Era prima sopra il legno tutto disteso di buona creta, sparsa tanto ferro liquefatto (sar\u00e0 stato in altra maniera) che faceva una piastra, poco meno quanto era tutta la nave di tavole, ed in qualche luogo era grossa un dito, in alcun altro due; e sopra il ferro era un\u2019altra impiastrazione di creta; e ci parve di vedere che mentre era il ferro caldo vi fosse su posta la creta; per essere talmente cos\u00ec la creta di sotto, come quella di sopra, afferrata, e ristretta col ferro, che pareva e il ferro e la creta una medesima colla. [\u2026] furono nel fondo del lago trovate alcune fistole, o tubi di piombo, lunghe due cubiti e ben massicce, le quali si vedeva, che erano attaccate l\u2019 una all\u2019 altra [\u2026] In ognuna [\u2026] erano scolpite belle lettere, le quali dimostravano (come pensiamo), che l\u2019autore della nave fosse stato Tiberio Cesare; e giudic\u00f2 Leon Battista Alberti, che dal bel fonte ed abbondante che scaturisce presso Nemore [\u2026] si stendessero molte di quelle fistole di piombo infin nel mezzo del lago, per condurre acque in servizio delle case sontuose e belle che noi crediamo che fossero sopra quelle navi edificate. Bella cosa e quasi meravigliosa a vedere i grandi chiodi di bronzo, di un cubito lunghi, cos\u00ec interi e cos\u00ec puliti che pareva che allora appunto fossero da mano del maestro usciti.\u201dNonostante l&#8217;ingegnosit\u00e0 del sistema, la mole delle navi, sormontata da secoli di sedimenti, si rivel\u00f2 superiore a qualsiasi capacit\u00e0 di sollevamento dell&#8217;epoca. Gli argani riuscirono soltanto a strappare una porzione della prua della prima nave, provocando il distacco di grossi frammenti di legname ma lasciando il corpo principale del relitto nel fango.Durante le operazioni, inoltre, uno dei nuotatori genovesi anneg\u00f2. L&#8217;uomo era incaricato di fissare i ganci allo scafo e, purtroppo, rimase impigliato o fu sopraffatto dalla fatica e non riusc\u00ec a riemergere.Nonostante il fallimento nel recupero, il valore scientifico dell&#8217;impresa di Alberti fu immenso. L&#8217;analisi dei frammenti recuperati permise di identificare l&#8217;uso di legni pregiati come il pino, l&#8217;abete e il cipresso, ma soprattutto rivel\u00f2 una tecnica costruttiva sofisticatissima: gli scafi erano calafatati &#8211; ovvero impermeabilizzati &#8211; con un doppio strato di tela di lino impregnata di pece e rivestiti da lastre di piombo spesse un millimetro, fissate con chiodi di rame o bronzo.Alberti descrisse queste scoperte nel suo trattato De re aedificatoria, fornendo la prima descrizione tecnica oggettiva di una nave romana e smentendo le credenze popolari che parlavano di citt\u00e0 sommerse. \u00c8 interessante notare come Alberti ipotizzasse che le navi appartenessero all&#8217;epoca di Traiano, una datazione errata che sarebbe stata corretta solo secoli dopo grazie al ritrovamento di tubature in piombo recanti chiaramente il nome di Caligola. I pezzi rinvenuti furono portati a Roma e persino papa Pio II volle osservarli. Dopo questa scoperta, per qualche tempo non si ebbero altri tentativi, ma ormai la \u201cleggenda\u201d delle navi di Nemi aveva acquisito consistenza storica.La campana subacquea di Francesco De Marchi e Guglielmo de Lorena (1535)Modello di campana subacquea realizzata da Gugliemo de LorenaQuasi novant&#8217;anni dopo l&#8217;insuccesso di Alberti, un&#8217;altra figura di spicco del panorama tecnico-militare rinascimentale, Francesco De Marchi (1504-1576), intraprese una nuova spedizione. Il 15 luglio 1535, De Marchi, ingegnere bolognese esperto in fortificazioni ed al servizio dei Farnese, giunse a Nemi per testare un apparecchio rivoluzionario inventato da un certo \u201cMaestro Guglielmo da Lorena\u201d. Questo strumento, denominato \u201ccampana subacquea\u201d \u00e8 descritto puntualmente da De Marchi nella sua opera Della architettura militare. Il suo utilizzo si ritrova gi\u00e0 nel IV secolo a.C., ed \u00e8 menzionato da Aristotele nella sua opera Problemi, tuttavia il marchingegno di De Marchi rappresenta il primo prototipo funzionale di campana subacquea applicata all&#8217;archeologia.\u00a0Lo strumento consisteva in una campana di legno di quercia, rinforzata da cerchi di ferro, che copriva la testa e il busto dell&#8217;operatore, lasciando liberi gli arti inferiori e le braccia per permettere il movimento e il lavoro sul fondale. Era dotata di una lastra di vetro protettiva che consentiva la visione subacquea, sebbene la rifrazione e l&#8217;oscurit\u00e0 delle acque rendessero l&#8217;osservazione estremamente difficoltosa. De Marchi effettu\u00f2 due immersioni, assistito dallo stesso Guglielmo di Lorena, che rimase a bordo della piattaforma per gestire le corde. La prima immersione dur\u00f2 mezz&#8217;ora e la seconda un&#8217;ora intera, un tempo di permanenza straordinario per l&#8217;epoca. L\u2019avventuriero fu calato in solitaria nelle acque del lago e descrive l\u2019esperienza come estremamente terrificante.Alla luce delle prassi di immersione odierne, uno degli aspetti pi\u00f9 dibattuti dagli storici della tecnologia riguarda il sistema di rinnovo dell&#8217;aria utilizzato da De Marchi. Egli rifer\u00ec di aver giurato a Guglielmo di non rivelare il segreto del funzionamento dell&#8217;apparecchio, scrivendo cripticamente che il sistema permetteva al fiato di uscire senza che l&#8217;acqua entrasse. Recenti analisi condotte da Michael Jung suggeriscono che non si trattasse di un sistema a campana statica con riserva d&#8217;aria limitata, bens\u00ec di un apparato alimentato dalla superficie tramite un mantice e dei tubi flessibili. Questa ipotesi spiegherebbe come De Marchi abbia potuto resistere per un&#8217;ora intera senza soccombere all&#8217;anidride carbonica e come sia riuscito a penetrare parzialmente all&#8217;interno delle strutture dei relitti, cosa impossibile con una campana priva di rifornimento continuo. Tuttavia, la violazione da parte di una serie di accorgimenti di decompressione, cost\u00f2 cara a De Marchi, il quale narr\u00f2 nel suo testo di aver patito sofferenze terribili. La pressione gli caus\u00f2 forti emorragie dal naso, dalla bocca e dalle orecchie. All&#8217;epoca non si conoscevano le leggi della fisica subacquea (iperbaria), e il fatto che sia uscito vivo da immersioni a circa 30 metri di profondit\u00e0 con quell&#8217;attrezzatura \u00e8 considerato praticamente un miracolo. Inoltre, nei suoi scritti, riporta l\u2019incontro con un enorme luccio &#8211; pesce avvezzo agli attacchi verso gli uomini &#8211; che lo fissava dai vetri, terrorizzandolo.Durante le sue esplorazioni, De Marchi riusc\u00ec a toccare con mano la magnificenza della nave. Descrisse pavimentazioni in marmo e mosaico, strutture che sembravano edifici terrestri e una quantit\u00e0 di legname tale che &#8220;se ne sarebbe potuto caricare due muli&#8221; con quanto asportato. Divenne lampante, considerata l\u2019entit\u00e0 di quanto rilevato, che sul fondo del lago non giaceva un semplice relitto, ma qualcosa di assimilabile a un palazzo galleggiante.Tuttavia, anche questa prova di recupero ebbe un risvolto distruttivo: nel tentativo di strappare campioni per dimostrare l&#8217;esistenza delle navi, De Marchi utilizz\u00f2 ganci e funi che lacerarono ulteriormente le delicate strutture lignee degli scafi, gi\u00e0 compromesse dall&#8217;intervento di Alberti. De Marchi determin\u00f2 la profondit\u00e0 del relitto (circa 7 metri alla poppa e 14 metri alla prua) e cap\u00ec che lo scafo era incastrato su pi\u00f9 strati di sedimento.Le sue osservazioni rimasero per centinaia di anni l&#8217;unica testimonianza diretta delle condizioni dei relitti prima che il degrado e i saccheggi successivi ne alterassero ulteriormente\u00a0 lo stato: per i successivi tre secoli, di fatti, le navi rimasero in fondo al lago, alla merc\u00e9 di avventurieri e tombaroli locali.I tentativi di recupero e le indagini del XIX secoloDopo le imprese rinascimentali, sulle navi di Nemi scese un lungo periodo di relativo silenzio, interrotto solo da citazioni erudite o da recuperi casuali di piccoli oggetti da parte di pescatori. Bisogner\u00e0 attendere il XIX secolo perch\u00e9 l&#8217;interesse si riaccenda, spinto da una nuova sensibilit\u00e0 verso l&#8217;archeologia e dalle innovazioni della rivoluzione industriale.L&#8217;impresa di Annesio Fusconi e la Campana di Halley (1827)La campana di Halley in azioneIl 10 settembre 1827, il cavalier Annesio Fusconi intraprese un&#8217;operazione che cattur\u00f2 l&#8217;attenzione dell&#8217;opinione pubblica romana e internazionale. Fusconi si avvalse di una campana subacquea basata sul modello perfezionato dall&#8217;astronomo Edmund Halley (s\u00ec, proprio lui, lo studioso a cui deve il nome la Cometa di Halley!), dotata di obl\u00f2 per la luce e, soprattutto, di un sistema di pompaggio dell&#8217;aria che permetteva operazioni prolungate. L&#8217;operazione fu condotta da una grande piattaforma galleggiante dotata di quattro potenti argani, con l&#8217;obiettivo dichiarato di sollevare interi segmenti delle navi.Sebbene il sollevamento degli scafi fall\u00ec nuovamente, Fusconi riusc\u00ec ad asportare una quantit\u00e0 massiccia di materiali. Tra questi si annoverano frammenti di mosaici, marmi colorati, mattoni, chiodi di bronzo e porzioni di colonne metalliche. Tuttavia, l&#8217;operazione di Fusconi \u00e8 ricordata anche per la sua natura speculativa e per i danni arrecati al patrimonio. Gran parte del legname estratto, non essendo sottoposto a procedure di conservazione allora sconosciute, marc\u00ec rapidamente all&#8217;aria o fu utilizzato per creare oggetti ricordo. I souvenir ricavati dal legno delle navi imperiali &#8211; tabacchiere, bastoni da passeggio, cassettine &#8211; divennero articoli di lusso venduti ai viaggiatori del Grand Tour, disperdendo cos\u00ec frammenti preziosi in collezioni private di tutta Europa. L&#8217;impresa fu infine interrotta dal maltempo e dalla depredazione del materiale accumulato sulla riva, che port\u00f2 Fusconi ad abbandonare il progetto dopo aver subito ingenti perdite economiche.Eliseo Borghi e la svolta dell&#8217;antiquariato (1895)L&#8217;ultimo atto dei tentativi di recupero pre-novecenteschi fu guidato dall&#8217;antiquario Eliseo Borghi nel 1895. Borghi, agendo su incarico dei principi Orsini (nuovi proprietari del lago), assold\u00f2 un palombaro professionista dotato di scafandro moderno e pompa ad aria manuale. Questa tecnologia permise per la prima volta un&#8217;esplorazione capillare e sistematica del fondale, portando a scoperte che avrebbero cambiato per sempre la comprensione del sito.Il risultato pi\u00f9 eclatante della campagna di Borghi fu la localizzazione della seconda nave, della quale fino ad allora non era nota l\u2019esistenza. Fino a quel momento, i tentativi di Alberti, De Marchi e Fusconi si erano concentrati quasi esclusivamente sul primo relitto, pi\u00f9 vicino a riva e a profondit\u00e0 minore. Borghi individu\u00f2 il secondo scafo a circa 200 metri di distanza e a una profondit\u00e0 compresa tra i 12 e i 15 metri, laddove non era visibile dalla superficie.Dal punto di vista dei reperti, la spedizione del 1895 fu straordinariamente fortunata. Vennero recuperati i celebri bronzi decorativi che oggi costituiscono il nucleo principale della collezione del Museo Nazionale Romano:La Testa di Medusa: Una protome bronzea di altissima qualit\u00e0 artistica, originariamente posta a decorazione di una delle teste di trave dello scafo.Teste di Leone e di Lupo: Utilizzate come guarnizioni terminali per le travi che sporgevano lateralmente, queste sculture bronzee presentano anelli mobili tra le fauci, probabilmente utilizzati per il passaggio di gomene o per scopi ornamentali.Elementi Architettonici: Balaustre in bronzo, frammenti di pavimentazione in opus sectile con marmi rari come il porfido e il serpentino, e tegole in rame dorato che ricoprivano i tetti delle strutture di bordo.Nonostante il successo nel recupero di oggetti, l&#8217;intervento di Borghi fu condotto con metodi che oggi definiremmo vandalici. Il palombaro operava letteralmente &#8220;strappando&#8221; i bronzi dai supporti lignei, causando la rottura di travi millenarie. La mancanza di una documentazione stratigrafica o di una mappatura dei ritrovamenti fece s\u00ec che molte informazioni cruciali sulla collocazione degli arredi andassero perdute per sempre. Lo scandalo sollevato dalla distruzione sistematica dei legni, lasciati marcire sulle rive, e dalla vendita indiscriminata dei reperti, spinse lo Stato Italiano a intervenire.L&#8217;intervento di Vittorio Malfatti (1896)La fine del XIX secolo rappresent\u00f2 un momento di transizione fondamentale per la gestione del patrimonio archeologico in Italia. Con la nascita del Regno d&#8217;Italia e il consolidamento dell&#8217;identit\u00e0 nazionale, le navi di Nemi smisero di essere considerate una propriet\u00e0 privata dei principi Orsini o un giacimento per antiquari, trasformandosi in un simbolo della &#8220;romanit\u00e0&#8221; e del prestigio dello Stato.Personaggi come Costantino Maes (1839-1910), intellettuale e pubblicista di spicco, iniziarono una campagna di stampa serrata affinch\u00e9 il governo ponesse fine allo &#8220;scempio&#8221; di Borghi. Maes sosteneva che i relitti di Nemi fossero un tesoro nazionale superiore a qualsiasi sogno fantastico e che il loro recupero dovesse servire a dare lustro alla neonata nazione italiana. Sotto la pressione dell&#8217;opinione pubblica e del Parlamento, nel 1896 il Ministero della Pubblica Istruzione impose la sospensione dei lavori di Borghi e affid\u00f2 all&#8217;ingegnere Vittorio Malfatti, tenente colonnello della Marina Militare, il compito di redigere un progetto scientifico per il recupero integrale.Malfatti condusse una campagna di rilievi batimetrici e indagini subacquee estremamente rigorosa. Per la prima volta, i due scafi furono mappati con precisione: la prima nave, situata lungo la sponda settentrionale a una profondit\u00e0 variabile tra i 5 e i 12 metri, e la seconda sulla sponda opposta, pi\u00f9 profonda e parzialmente sepolta dal fango.Recuper\u00f2, inoltre, delle tubazioni in piombo (fistulae) che recavano esplicitamente inciso il nome dell&#8217;imperatore Caligola (G. CAESARIS AVG. GERMANIC.), fornendo la prova definitiva della committenza caligoliana e che sancirono l\u2019abbandono dell\u2019attribuzione a Tiberio. Un reperto particolarmente notevole che emerse in questa campagna, fu un grande rubinetto in bronzo, lavorato con una precisione tale da suggerire l&#8217;uso di torni meccanici avanzati per ottenere una chiusura ermetica perfetta. Questo oggetto divenne un caso di studio per pionieri della tecnologia come Guglielmo Marconi, che rimase affascinato dalla perizia metallurgica degli antichi romani.Ingresso dell&#8217;emissario del lago di NemiMalfatti giunse alla conclusione che nessun tentativo di sollevamento meccanico sarebbe mai riuscito senza distruggere i fragili resti lignei. La sua proposta rivoluzionaria consisteva nello svuotamento parziale dello specchio d\u2019acqua tramite il ripristino dell&#8217;antico emissario del lago di Nemi, un tunnel idraulico di 1.652 metri risalente all\u2019incirca al VI a.C. che permetteva di regolare il livello delle acque. Sebbene questo progetto sarebbe stato attuato solo negli anni &#8217;20 del Novecento, l&#8217;opera di Malfatti chiuse definitivamente l&#8217;epoca dei tentativi empirici e privatistici e inaugur\u00f2 la stagione dell&#8217;archeologia moderna a Nemi, spianando la strada all\u2019opera incredibile di Guido Ucelli.Il recupero delle navi di Caligola (1927-1932)Sono passati decenni dagli studi Malfatti, siamo negli anni Venti. Il fascismo, consolidatosi come regime, individu\u00f2 nell&#8217;archeologia uno dei pilastri fondamentali per la costruzione della propria identit\u00e0 iconografica e ideologica. Il concetto di &#8220;Romanit\u00e0&#8221; divenne il fulcro di una propaganda volta a stabilire un legame di continuit\u00e0 diretta tra l&#8217;impero di Augusto e dei suoi successori e la &#8220;Nuova Italia&#8221; guidata da Benito Mussolini.In questa cornice, l&#8217;archeologia non era intesa come una disciplina puramente speculativa, ma come uno strumento di azione politica. Mussolini, presentandosi come Restaurator Urbis, mirava a liberare i monumenti antichi dalle sovrapposizioni medievali e moderne per restituire loro la &#8220;necessaria solitudine&#8221; e la grandezza originaria. Il lago di Nemi, con la sua leggenda secolare di navi colossali adagiate sul fondale, offriva l&#8217;opportunit\u00e0 perfetta per dimostrare che il genio italico, sostenuto dalla tecnica moderna, poteva riuscire laddove i secoli e i tentativi precedenti avevano fallito.Il 9 aprile 1927, in un discorso pronunciato davanti alla Reale Societ\u00e0 Romana di Storia Patria, Mussolini annunci\u00f2 ufficialmente la decisione di procedere al recupero degli scafi. Questo annuncio non fu solo una dichiarazione di intenti scientifici, ma un ordine esecutivo che mise in moto l&#8217;intera macchina dello Stato, della Marina e dell&#8217;industria nazionale. Il messaggio era chiaro: lo Stato fascista possedeva la forza e la tecnologia per dominare la natura e recuperare la propria storia materiale.Guido Ucelli: la sinergia tra scienza e industriaGuido Ucelli e sua moglie Carla TosiSe Mussolini fu il promotore politico dell&#8217;impresa, Guido Ucelli (1885-1964) ne fu l&#8217;architetto operativo e l&#8217;anima organizzativa. Direttore generale delle Costruzioni Meccaniche Riva di Milano, Ucelli rappresentava la figura dell&#8217;industriale umanista, convinto che il progresso tecnologico dovesse essere posto al servizio della cultura nazionale. La sua partecipazione non fu limitata alla fornitura di macchinari, ma si estese alla progettazione integrale della metodologia di recupero.Ucelli, in accordo con le intuizioni di Malfatti, comprese che il sollevamento diretto degli scafi, tentato invano nei secoli precedenti con ganci e argani che avevano solo strappato pezzi di legno dal fondo, era una via impraticabile e dannosa. La soluzione doveva essere ingegneristica: abbassare il livello del lago per far emergere gli scafi. Per fare ci\u00f2, egli promosse la creazione di un &#8220;Comitato Industriale per lo scoprimento delle Navi di Nemi&#8220;, coinvolgendo le principali forze economiche del Paese.Questa collaborazione rappresent\u00f2 un esempio ante-litteram di partnership pubblico-privato, in cui l&#8217;industria metteva a disposizione &#8220;gratuitamente&#8221; (sebbene con un enorme ritorno di immagine) le proprie competenze per un obiettivo di prestigio nazionale. Ucelli descrisse l&#8217;impresa come il suo &#8220;dopolavoro&#8221;, un impegno che assorbiva le sue energie oltre l&#8217;attivit\u00e0 aziendale, mosso da una profonda passione.L&#8217;emissario del lago di Nemi: la chiave di voltaIl piano tecnico di Ucelli, in contiguit\u00e0 &#8211; ancora una volta- con Malfatti, prevedeva di sfruttare l&#8217;emissario del lago di Nemi per lo svuotamento del bacino lacustre. L\u2019antico tunnel, scavato nella roccia serviva a regolare il livello delle acque del lago riversandole nella valle di Ariccia, per millenni era stato dimenticato e ostruito.Il ripristino dell&#8217;emissario fu la prima, fondamentale sfida. I tecnici del Genio Civile e della Marina dovettero liberare il condotto da detriti e fango, rendendolo nuovamente operativo per permettere il deflusso delle enormi masse d&#8217;acqua che le pompe avrebbero aspirato. Questo elemento aggiunse un ulteriore carico simbolico all&#8217;operazione: la tecnologia moderna non si limitava a recuperare le navi, ma riattivava la sapienza ingegneristica degli antichi Romani per raggiungere l&#8217;obiettivo.L&#8217;uso dell&#8217;emissario evitava di dover pompare l&#8217;acqua oltre il bordo del cratere vulcanico, un&#8217;operazione che avrebbe richiesto una potenza energetica spropositata. Una volta restaurato, il tunnel permise all&#8217;acqua di defluire per gravit\u00e0 verso la pianura sottostante, trasformando il lago in un sistema idraulico controllato.L\u2019operazione fu massiva e richiese, a fasi alterne, la ripulitura manuale del cunicolo &#8211; con rimozione dei detriti e consolidamento delle pareti &#8211;\u00a0 e l\u2019utilizzo di potenti impianti di pompaggio. I lavori di ripristino durarono circa un anno\u00a0ma, una volta terminati, l\u2019emissario torn\u00f2 a funzionare per gravit\u00e0, cos\u00ec come era stato concepito due millenni prima, consentendo lo sversamento delle acque verso Vallericcia e, da qui, l\u2019immissione nel Mar Tirreno.Le operazioni di svaso (1928-1932)Le operazioni di pompaggio iniziarono ufficialmente il 20 ottobre 1928. L&#8217;evento fu caricato di significati politici: Mussolini stesso azion\u00f2 l&#8217;interruttore delle idrovore Riva, dando il via allo svaso. Da quel momento, il livello del lago inizi\u00f2 a scendere costantemente, rivelando gradualmente i segreti custoditi per duemila anni. Entro fine anno furono pompati oltre 5 milioni di metri cubi d\u2019acqua, circa met\u00e0 del necessario per scoprire il primo scafo. L\u2019operazione era costantemente monitorata sia dal punto di vista ingegneristico &#8211; per evitare smottamenti pericolosi delle sponde &#8211; sia scientifico: ogni variazione del terreno veniva registrata dall\u2019Osservatorio Geofisico di Rocca di Papa. E, in, effetti qualche problema geotecnico sorse: il progressivo ritirarsi dell\u2019acqua caus\u00f2 assestamenti del terreno che misero sotto stress e ruppero le condotte fisse a riva, rendendo necessaria la posa di palafitte di sostegno e l\u2019uso di tubazioni flessibili. Nel marzo 1929 fu installata una seconda stazione di pompaggio a un livello pi\u00f9 basso e, vista la continua instabilit\u00e0 delle rive, si montarono le elettropompe su un pontone galleggiante, collegato a terra con tubi snodabili, soluzione che preveniva ulteriori rotture.Il recupero della prima naveDettaglio della prima nave (colorizzata)Il 28 marzo 1929, a circa sei mesi dall\u2019inizio dei lavori, fecero finalmente la loro comparsa le prime strutture della nave pi\u00f9 vicina alla riva. Fu un momento storico: dalle acque calate affiorarono parti dei ponti e delle sovrastrutture, rivelando subito l\u2019enorme importanza archeologica del ritrovamento. Squadre di archeologi e tecnici si misero all\u2019opera sul relitto emergente, documentando con rigore ogni dettaglio. Vennero rinvenuti in situ oggetti di uso quotidiano e di bordo \u2013 armi, attrezzi, chiavi, ami da pesca, monete \u2013 lasciati probabilmente dall\u2019ultimo equipaggio. Continuando a pompare via acqua, il livello del lago fu abbassato di 22 metri: il 7 settembre 1929 l\u2019intero scafo della prima nave giaceva all\u2019asciutto sul fondo prosciugato. Subito si provvide a puntellare e consolidare la grande struttura lignea, lunga circa 71 metri e larga 20, che per quasi due millenni era rimasta sott\u2019acqua.Emersero anche le ancore originali: una monumentale ancora in legno lunga 5 metri con ceppo in piombo \u2013 un esemplare unico nel suo genere (si pensi che fino ad allora di un\u2019ancora romana in legno non si era mai trovato un esemplare completo) \u2013 e una seconda ancora del tipo \u201cammiragliato\u201d in ferro, modello che si credeva inventato solo nel XIX secolo. Queste scoperte destarono enorme scalpore perch\u00e9 rivoluzionavano le conoscenze sulla tecnologia navale romana: la grandezza delle navi di Nemi, la complessit\u00e0 delle loro decorazioni e dotazioni (inclusi impianti idraulici e dispositivi di riscaldamento) dimostrarono che i Romani possedevano conoscenze ingegneristiche ben pi\u00f9 avanzate di quanto immaginato.Gran parte della struttura delle navi si era conservata intatta sotto il fango: lo scafo (in legno di pino, abete e quercia) presentava ancora la opera viva \u2013 la parte immersa \u2013 in buone condizioni, con i dettagli costruttivi ben visibili, come il fasciame rivestito di lana imbevuta di resina e ricoperto da lamine di piombo fissate da migliaia di chiodi. In sostanza, la scoperta forn\u00ec agli studiosi un autentico manuale di architettura navale dell\u2019antichit\u00e0, contribuendo come mai prima alla conoscenza delle tecniche romane di costruzione navale.Nel frattempo, le pompe vennero spente per ragioni finanziarie: l\u2019impresa, condotta inizialmente a spese dei privati, stava diventando onerosa e fu necessario l\u2019intervento diretto dello Stato. Dopo alcune trattative, il governo coinvolse ufficialmente la Marina Militare e i ministeri dei Lavori Pubblici ed Educazione Nazionale, stanziando fondi per completare l\u2019opera.Emerge anche la seconda naveLa seconda nave in seccaI lavori ripresero solo nel novembre 1930 sotto supervisione statale. Venne drenata ulteriore acqua per far affiorare anche la seconda nave: a fine gennaio 1931\u00a0gi\u00e0 erano visibili parti del secondo relitto, pi\u00f9 lontano dalla riva, e nel corso del 1931-32 esso fu interamente dissotterrato e recuperato.Questa seconda imbarcazione risult\u00f2 addirittura leggermente pi\u00f9 grande (circa 75 m per 29 m) e presentava caratteristiche costruttive differenti, come lunghi bagli trasversali forse destinati a sorreggere scalmi esterni per i rematori. Entro la fine del 1932 entrambe le gigantesche navi di Caligola erano dunque tornate alla luce del sole, per la prima volta dopo 19 secoli.Il Museo delle Navi Romane di Vittorio Ballio MorpurgoMussolini e le alte cariche fasciste durante l&#8217;inagugurazione del MuseoUna volta recuperati gli scafi, sorse il problema della loro conservazione. Non potevano essere lasciati all&#8217;aperto, n\u00e9 trasportati altrove data la loro fragilit\u00e0 e mole.Per preservare i legni millenari dall\u2019essiccazione rapida (che li avrebbe fatti deformare e sbriciolare), si adottarono misure conservative immediate: le navi, lasciate sul fondo asciutto del lago, venivano costantemente bagnate e coperte con teli umidi, e una di esse fu addirittura protetta entro un hangar smontabile per dirigibili, adattato a ricovero provvisorio. Lo Stato decise quindi di costruire un museo in situ, sulla sponda settentrionale del lago. L&#8217;incarico fu affidato all&#8217;architetto Vittorio Ballio Morpurgo, che realizz\u00f2 l&#8217;opera tra il 1933 e il 1939.Il museo fu il primo in Italia (e uno dei primi al mondo) ad essere progettato specificamente in funzione del suo contenuto. Morpurgo ide\u00f2 una struttura a doppia campata con grandi vetrate che guardavano verso il lago, permettendo ai visitatori di vedere le navi nel contesto geografico in cui erano state ritrovate. L&#8217;architettura, pur mantenendo un rigore razionalista tipico dell&#8217;epoca, includeva elementi che richiamavano le forme navali e l&#8217;ideologia fascista delle grandi lettere capitali.Un elemento di grande pregio fu la scelta di Morpurgo di integrare nel pavimento del museo un tratto dell&#8217;antico basolato romano del Clivus Virbii, la strada che conduceva al Santuario di Diana, sottolineando la continuit\u00e0 tra la struttura moderna e il suolo storico. Completata infine la facciata monumentale, il museo venne inaugurato ufficialmente il 21 aprile 1940 \u2013 data simbolica del Natale di Roma \u2013 alla presenza delle autorit\u00e0 fasciste e di studiosi da tutto il mondo.L\u2019impatto sui visitatori era straordinario: si poteva ammirare l\u2019imponenza degli scafi originali, che restituivano dal vivo l\u2019ingegneria e il lusso della corte di Caligola. Non a caso l\u2019operazione di Nemi divenne immediatamente un fiore all\u2019occhiello della propaganda fascista. L\u2019impresa archeologica ebbe enorme risonanza mediatica: il regime la reclamizz\u00f2 con orgoglio in tutta Europa, vantando la perfetta sinergia tra modernit\u00e0 italiana e gloria di Roma antica. Filmati dell\u2019Istituto LUCE, mostre fotografiche e pubblicazioni specialistiche diffusero ovunque la notizia del \u201crecupero delle navi imperiali\u201d, presentandolo come un trionfo tanto della scienza quanto dello spirito patriottico.Nel 1942, mediante il decreto Motu Proprio, il re Vittorio Emanuele III insign\u00ec Guido Ucelli del titolo nobiliare \u201cdi Nemi\u201d per onorare il successo dell\u2019impresa, concedendogli uno stemma araldico raffigurante la prua di una nave romana. Uccelli scelse come motto Secundo adversoque vento, ovvero \u201ccon il vento favorevole o contrario\u201d.Tuttavia, il destino aveva in serbo un finale drammatico e inatteso per questa gloriosa avventura.Le due navi e le scoperte scientificheLe due imbarcazioni recuperate a Nemi non erano semplici navi, ma dispositivi cerimoniali e politici inseriti in un contesto preciso: il santuario di Diana Nemorense e la legittimazione del potere dell&#8217;imperatore-divinit\u00e0 Caligola. La loro funzione va compresa tenendo insieme architettura, ritualit\u00e0 e autorappresentazione imperiale.Nave A, la nave-tempioRicostruzione artistica della prima naveLa Nave A, lunga circa settanta metri, aveva una configurazione pi\u00f9 tipicamente \u201cnavale\u201d. Lo scafo a fondo piatto e l\u2019organizzazione strutturale indicano che fosse effettivamente destinata a muoversi sul lago, seppure in modo controllato e probabilmente lento. Su questa nave si svolgevano verosimilmente:Processioni rituali in onore di Diana\/Iside, con sacerdoti, musici e officianti.Cerimonie religiose galleggianti, che sfruttavano il lago come spazio sacro separato dalla terraferma.Eventuali riti iniziatici o celebrazioni notturne, coerenti con il carattere arcaico del culto nemorense.Il movimento stesso della nave aveva valore simbolico: attraversare lo specchio d\u2019acqua craterico equivaleva a compiere un gesto liminale, quasi un passaggio tra dimensioni.Nave B, la nave-palazzoRicostruzione artistica della seconda naveLa Nave B, leggermente pi\u00f9 grande e molto pi\u00f9 architettonica, appare invece come un vero e proprio palazzo galleggiante. Le pavimentazioni in marmo, le colonne e l\u2019impianto idraulico indicano ambienti destinati a una permanenza continuativa. La nave era teatro di:Banchetti cerimoniali riservati all\u2019imperatore e a un\u2019\u00e9lite ristretta;Ricevimenti e atti di rappresentanza, in cui Caligola metteva in scena la propria figura quasi divina;Eventuali riti privati o culti imperiali, integrando il culto di Diana con l\u2019autolegittimazione del princeps.L\u2019impianto idraulico suggerisce comfort e complessit\u00e0 tecnica non necessari per una semplice navigazione: in poche parole, la nave era un ambiente costruito per essere abitato.Le scoperte archeologicheIl recupero delle navi di Nemi non fu solo un successo ingegneristico, ma rivoluzion\u00f2 la comprensione della tecnologia navale antica. Prima di Nemi, molti storici ritenevano che le descrizioni di navi giganti fatte dagli autori latini fossero iperboliche o leggendarie. La realt\u00e0 materiale degli scafi di Caligola dimostr\u00f2 che i Romani possedevano competenze tecniche che l&#8217;Europa avrebbe impiegato secoli a riscoprire.Primo piano dell&#8217;ancora in legno con ceppo in piomboIn primis, come gi\u00e0 osservato, le due navi erano colossali: la prima misurava circa 71,3 metri per 20 metri, la seconda 73 metri per 24 metri. Erano costruite secondo il metodo &#8220;a guscio&#8221; (shell-first), tipico della tradizione mediterranea, ma con una complessit\u00e0 strutturale interna senza precedenti. Gli scafi erano protetti esternamente da uno strato di lana e fogli di piombo fissati con migliaia di chiodi di rame, una tecnica di isolamento estremamente avanzata per l&#8217;epoca.Ma, forse, la scoperta pi\u00f9 sbalorditiva fu quella dei dispositivi meccanici. Furono rinvenuti rulli cilindrici e sfere di bronzo che facevano parte di piattaforme rotanti. Questi reperti dimostrarono che i Romani avevano ideato e utilizzato il concetto del cuscinetto a sfere per permettere la rotazione di padiglioni o statue a bordo delle navi, una tecnologia che si credeva frutto della rivoluzione industriale moderna.Le navi, in sostanza, erano veri e propri palazzi galleggianti. Le indagini rivelarono la presenza di tubature in piombo recanti il marchio dell&#8217;imperatore Caligola (Gaius Caesar Augustus Germanicus), che alimentavano sistemi di riscaldamento a ipocausto e bagni con acqua calda e fredda. Furono ritrovati rubinetti in bronzo di squisita fattura e sistemi di pompaggio a pistone per lo svuotamento della sentina (la parte posta pi\u00f9 in basso nello scafo di un&#8217;imbarcazione), dimostrando una padronanza dell&#8217;idraulica pari a quella delle migliori ville imperiali di terraferma. La ricchezza dei materiali decorativi salvati \u00e8 testimoniata dalle numerose protomi bronzee a forma di testa di leone, di lupo e di pantera, che fungevano da borchie terminali per i perni dei timoni o per le travi di bordo. Furono rinvenuti pavimenti in mosaico, tegole di rame dorato che facevano risplendere i tetti sotto il sole, e colonne in marmo e bronzo. Le navi non erano semplici imbarcazioni, ma templi e padiglioni cerimoniali dedicati al culto di Diana Nemorense o al prestigio personale dell&#8217;imperatore.Ma perch\u00e9 e come sono finite le due navi sul fondo del lago?La damnatio memoriaePopolazione locale in fila per ammirare le navi appena emerseIl regno di Caligola termin\u00f2 bruscamente. L&#8217;assassinio dell\u2019imperatore, avvenuto il 24 gennaio del 41 d.C., non fu il gesto di un singolo folle, ma l&#8217;esplosione di un odio accumulato in soli quattro anni di regno: 30 coltellate posero fine a un dominio tinteggiato da deliri di onnipotenza e crudelt\u00e0. Per evitare vendette dinastiche, i congiurati uccisero nello stesso momento anche la moglie Milonia Cesonia e la figlioletta neonata, Giulia Drusilla. Segu\u00ec la damnatio memoriae, l\u2019opera volta alla cancellazione di ogni traccia del passaggio di Caligola dalla storia Romana.Diversamente da come spesso si narra, pare non vi sia stato un ordine netto di affondare le due navi, si tratt\u00f2 piuttosto di un abbandono progressivo. Semplicemente, il nuovo governo di Claudio tagli\u00f2 i fondi per la loro manutenzione. Prima di affondare, le navi rimasero ormeggiate e galleggianti per un certo periodo. Furono rimosse le statue pi\u00f9 preziose, gli arredi d&#8217;oro e forse parte dei marmi. Senza equipaggio che svuotasse quotidianamente l&#8217;acqua che filtrava fisiologicamente attraverso il legno, le navi iniziarono a imbarcare acqua lentamente. Man mano, lentamente, le imbarcazioni si inabissarono. Per decenni restarono semi-visibili sul pelo dell\u2019acqua, fino a essere inghiottite, infine, dal fango dell\u2019oscurit\u00e0.L\u2019incendio e la distruzione delle naviSiamo ora nel maggio del 1944, nel vivo della Seconda Guerra Mondiale. Genzano \u00e8 devastata dai bombardamenti, Nemi \u00e8 coinvolta dagli scontri fra Alleati e tedeschi per il dominio della testa di ponte di Anzio. All&#8217;interno del Museo delle Navi Romane e nell\u2019arteria dell\u2019Emissario, trovarono riparo centinaia di sfollati locali che cercavano protezione dai bombardamenti alleati.Il 28 maggio una batteria di artiglieria tedesca (il 163\u00b0 gruppo contraereo) con quattro cannoni si appost\u00f2 nei pressi del museo. I soldati tedeschi si insediarono all\u2019interno del capannone museale, scacciando i custodi e i rifugiati. Gli Alleati, rilevata la posizione, bombardarono la zona a pi\u00f9 riprese: attacchi aerei causarono alcuni danni all\u2019edificio, seguiti il 31 maggio da un intenso cannoneggiamento che termin\u00f2 attorno alle 20:15. Circa due ore dopo, i custodi notarono lumi aggirarsi dentro il museo.Sono le ore 22 e nel buio della notte, improvvisamente, si accende un bagliore: nei padiglioni museali divampano le fiamme. I due scafi, interamente costruiti in legno e impregnati di sostanze conservative applicate durante il restauro, non hanno scampo e vengono integralmente distrutti nel rogo. Sopravvivono gli antichi chiodi di rame, le tubature in piombo e le decorazioni bronzee, parzialmente fusi dal calore estremo, in una distesa di cenere.Per decenni si \u00e8 sostenuto che i tedeschi avessero bruciato le navi per puro sfregio durante la ritirata. Una commissione d&#8217;inchiesta nel dopoguerra conferm\u00f2 questa tesi, definendolo un atto di &#8220;vandalismo barbarico&#8221;. A suffragio di questa tesi, le testimonianze riportano che i soldati tedeschi impedirono ai vigili del fuoco e ai custodi di avvicinarsi per domare le fiamme, guardando il museo bruciare per tutta la notte. Alcuni storici, in tempi pi\u00f9 recenti, hanno ipotizzato che l&#8217;incendio potesse essere stato innescato da una granata sparata dall&#8217;artiglieria alleata che avrebbe colpito materiale infiammabile stoccato dai tedeschi. Tuttavia, va sottolineato che i danni strutturali da esplosione in linea teorica sono minimi rispetto a quelli da incendio doloso. Quel che \u00e8 certo, \u00e8 che l\u2019impresa epica di Guido Ucelli, che aveva vissuto l\u2019opera di recupero con la passione con cui si persegue una missione di vita, era stata completamente vana. Gi\u00e0, Ucelli. Ma dove era Ucelli, nella notte fra il 31 maggio e il 1\u00b0 giugno 1944, mentre le navi bruciavano?Il Museo dopo l&#8217;incendioFigura dall\u2019immenso spessore umano, l\u2019ingegnere e sua moglie &#8211; Carla Tosi &#8211; furono protagonisti di un atto di enorme coraggio durante la Seconda Guerra Mondiale: i coniugi trasformarono la loro casa e i magazzini della loro azienda in un rifugio per ebrei e dissidenti politici ricercati dai nazifascisti (inclusa la famiglia della senatrice Liliana Segre). Sfruttando i loro contatti, aiutarono molti perseguitati a espatriare clandestinamente verso la Svizzera, fornendo denaro, documenti falsi e contatti con i contrabbandieri che conoscevano i sentieri alpini. Nel 1944 i due furono arrestati dalle SS e detenuti nel carcere di San Vittore. Nonostante i duri interrogatori e la minaccia della deportazione nei campi di sterminio, non tradirono mai i nomi delle persone che stavano aiutando. Ecco dove era Ucelli, tanto esaltato da Mussolini solo pochi anni prima, mentre le sue navi bruciavano: segregato in una cella, a testa alta.La fine di un sognoLa gloria, l\u2019oblio, di nuovo la gloria e poi ancora l&#8217;oblio. Questa \u00e8 la parabola delle Navi di Caligola.Quel che resta \u00e8 un senso di vuoto, la sensazione di essersi lasciati scivolare dalle mani qualcosa di inestimabile, di prezioso e irripetibile. Nelle foto d\u2019epoca trasuda tutta la meravigliosa opera che fu il recupero delle due navi, con la popolazione in fila per ammirare i due scafi appena emersi dai fondali e i capimastri che posano orgogliosamente insieme agli ingegneri accanto ai relitti. Questo \u00e8 stato il recupero delle navi di Nemi: un sogno.E cosa non darei per poter essere stata l\u00ec, fra il \u201829 e il \u201832, ad osservare dall\u2019alto di Nemi le acque che progressivamente si ritiravano per svelare gli immensi scheletri lignei. Sar\u00e0 lo stesso desiderio che, nel XXI secolo, ha spinto il compianto architetto Giuliano Di Benedetti a cercare &#8211; invano &#8211; il relitto di una terza nave di Caligola nel lago? Forse. Anzi, probabilmente s\u00ec. Quel che resta \u00e8 la passione che ha spinto per cinque secoli gli uomini a tentare l\u2019impossibile pur di riportare alla luce le vestigia di un\u2019era passata. La gloria, l\u2019oblio, di nuovo la gloria e poi ancora l&#8217;oblio. E, pensando alle fiamme che ghermiscono gli scafi in un clima mondiale di odio e violenza, la damnatio memoriae appare quasi come un destino pi\u00f9 dolce.AlessandraFonti essenziali consultateGuido Ucelli, Le navi di Nemi (2\u00b0 edizione)Corrado Ricci (e coll.), Gloriose imprese archeologiche\u2026 Le navi di Nemi (1927)Fondo\/archivio \u201cNavi di Nemi\u201d presso Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell\u2019Arte (INASA)Felici (2001), \u201cLe navi del lago di Nemi\u201dhttps:\/\/www.engramma.it\/eOS\/index.php?id_articolo=5153&amp;https:\/\/www.osservatoriocollialbani.it\/2017\/05\/24\/le-navi-di-nemi\/https:\/\/www.inasaroma.org\/ricerca\/fondo-navi-di-nemi-homepage\/https:\/\/www.saveriog.net\/le-navi-di-nemi\/https:\/\/simsi.it\/la-marea-fontana-natoli\/archeologia-subacquea-parte-prima\/https:\/\/simsi.it\/la-marea-fontana-natoli\/archeologia-subacquea-seconda-parte\/https:\/\/www.scienzaestoria.it\/le-navi-romane-del-lago-di-nemi-1930\/Continua l'esplorazioneLo speco di San Michele Arcangelo (Nemi) &#8211; Pt.1Lo speco di San Michele Arcangelo (Nemi) &#8211; Pt.2Emissario del lago di Nemi: storia, funzione e percorsoMadre UniversaleMeraviglioso Tragico DestinoLatium Vetus: storia, popoli e citt\u00e0 del Lazio antico"},{"@context":"https:\/\/schema.org\/","@type":"BreadcrumbList","itemListElement":[{"@type":"ListItem","position":1,"name":"La storia del recupero delle navi Romane dal lago di Nemi","item":"https:\/\/www.nemora.it\/recupero-delle-navi-di-nemi\/#breadcrumbitem"}]}]