Le Vie Cave Etrusche e il Monte Artemisio

Accarezzare le pareti delle Vie Cave equivale a sfiorare, dal loro interno, i ventricoli della Terra.

Via Cava di Fratenuti, Pitigliano

Questi colossali camminamenti, realizzati a partire dal VII secolo a.C., sono vere e proprie fenditure nel tessuto vulcanico che costituisce il cuore roccioso del territorio etrusco. L’impiego originario delle Vie Cave -dette anche tagliate– rimane tutt’ora un enigma.

Il mistero delle origini e della funzione delle Vie Cave

Le Vie Cave, indubbiamente, furono utilizzate come percorsi viari di raccordo per spostarsi da un paese all’altro, in altri casi hanno ricoperto il ruolo di condotti idrici per il drenaggio delle acque, in occasioni diverse hanno funto da trincee o passaggi strategici nel corso di conflitti e guerre.
Si tratta di opere poco studiate, tenute in sordina dall’archeologia accademica, in quanto rappresentano un ritrovamento “scomodo”. Le Vie Cave, scavate nella viva roccia tufacea, si estendono fino alla lunghezza di un chilometro e nei punti più avvallati presentano una profondità di quasi 30 metri (anche se, è bene farlo presente, a volte il piano di calpestio originale è da collocare qualche metro più in alto).
Si trovano sparse in diversi punti delle località presidiate anticamente dagli etruschi, ma la concentrazione massima si ravvisa nella Maremma toscana, in corrispondenza delle tre città di Pitigliano, Sorano e Sovana. Lungo i loro fianchi recano i segni di incisioni sacre, quali svastiche, inneggianti ai cicli solari; simboli fallici, propiziatori di fertilità e buon auspicio o invocazioni alle divinità, come il celebre Vertna, che si trova nel cosiddetto Cavone di Sovana.
Osservando attentamente, però, si nota la presenza di numerose croci, le quali talvolta giungono letteralmente a tempestare le pareti o gli antri nei pressi delle tagliate. Si tratta di una lampante testimonianza della soggezione provata dai cristiani nell’incappare in queste gigantesche percorrenze, umide e oscure. Piccoli esorcismi volti a santificare questo regno dei muschi, dei gocciolii e del tocco alieno delle correnti gelide.
La Via Cava di Fratenuti, di San Giuseppe, il già citato Cavone, la Via Cava di Poggio Prisca, della Madonna delle Grazie, la Via Cava di Pian dei Conati. Queste sono solo alcuni degli esempi più noti di tagliate presenti nel territorio maremmano.
Tutte queste opere hanno un denominatore comune, un elemento ricorrente: si trovano tutte in prossimità di necropoli.
Ciò è valido non solo per le Vie Cave toscane, ma anche per gli esemplari presenti nel dominio etrusco del Lazio settentrionale, come il Cavone di Canale Monterano.
I simboli sacri, la prossimità con i sepolcri  . Nella Via Cava di San Giuseppe, situata ai piedi di Pitigliano, si svolge annualmente una processione notturna fra il 18 e il 19 Marzo in onore del santo, pratica che potrebbe essere facilmente ricollegata a rituali ben più arcaici finalizzati alla celebrazione del momento cosmico che segna il passaggio dell’equinozio primaverile.

Cavone di Sovana

Queste fenditure nella terra sembrerebbero originariamente connesse a un qualcosa di concettualmente diverso rispetto all’impiego pragmatico cui furono destinate in un secondo momento.
A fronte di un’analisi razionale, di fatti, lo scavo e la rimozione di un tale tonnellaggio di materiale roccioso per la realizzazione di semplici passaggi risulta un’impresa spropositata. Considerazioni del medesimo tipo possono essere fatte in merito alla loro funzione di trincee o condotti idrici. L’ipotesi che si sta lentamente facendo strada è di ben altro tipo. Tutti gli elementi raccolti finora, suggerirebbero la realizzazione a scopo rituale.
Le tombe etrusche, così come tanti altri monumenti funebri di origine sia occidentale che orientale del mondo arcaico, sono sovente preceduti da un elemento architettonico definito dromos. Si tratta di corridoi a cielo aperto, la cui altezza aumenta proporzionalmente con l’avvicinarsi all’ingresso del tumulo. In piccolo, i dromos sono ritrovabili nello spazio appena antistante i cosiddetti sepolcri a camera etruschi. La loro funzione è quella di varchi, i quali introducono gradualmente verso il mondo dei morti, segnando uno stacco con la realtà quotidiana e l’ingresso in uno spazio “altro”.
Abbracciando dall’alto la disposizione geografica delle Vie Cave, non si può non prendere cognizione della loro disposizione rispetto all’agglomerato di tombe. Si classificano come dei veri e propri portali di accesso, corridoi con la funzione di acclimatare il vivente e disporlo correttamente al valico verso una città in cui dimorano le anime dei defunti.
È ricorrente trovare corsi d’acqua in corrispondenza delle Vie Cave e subito balza alla memoria il fiume Stige, che separava il regno dei vivi da quello dei morti nella mitologia greca.
Fin dai primi passi all’interno delle tagliate, si nota un mutamento nella qualità dell’ossigeno, nella vegetazione e nella luce. Ci si trova in una zona liminale, in cui le regole vengono sovvertite e si cede al dominio della terra umida. Guardando verso l’alto si avverte le sensazione di essere al contempo schiacciati ed elevati, proiettati quanto annichiliti. L’aria vibra. Si respira lentamente. Nel corso di alcune indagini avvenute negli scorsi anni, con apposite rilevazioni, si è potuto constatare come il campo elettromagnetico subisca consistenti alterazioni in questi canyon artificiali. Qualcosa cambia. E cambia lo status di chi li attraversa e, a seconda della direzione imboccata, ci si ritrova proiettati all’interno di una necropoli ombrosa e ieratica o risputati improvvisamente al calore del sole, sotto un cielo azzurro.
Non abbiamo la certezza di come siano state realizzate, solo ipotesi. In realtà, non abbiamo neanche la sicurezza che si tratti di manufatti etruschi, benché proiettare la loro realizzazione tecnica a un’epoca antecedente al VII secolo a.C. fa spavento: bisognerebbe riscrivere la storia dell’Umanità.

Le Forre del Monte Artemisio

Nel corso degli anni Novanta sul Monte Artemisio, cresta vulcanica che tornisce i confini del Castelli Romani, venne fatta una scoperta eccezionale da parte di un gruppo di ricercatori impedenti. Sulla vetta del Maschio d’Ariano (o Maschio di Lariano) furono rinvenute e censite centinaia di tombe a camera, tipologia sepolcrale che rappresenta un unicum nel territorio dei Colli Albani. Queste sepolture sono

Tomba a Camera, Maschio d’Ariano

state, in molti casi, rimaneggiate e riadattate ad abitazioni in epoca successiva, perciò non si era mai stati in grado di identificarle come tali, ma venivano assorbite all’abitato medievale impiantato in questa area.
Le tombe a camera singola o multipla, costellate nelle pareti da incisioni emisferiche e canaletti, sono un marchio di fattura tipicamente etrusca. Secondo la teoria archeologica ufficiale, il Latium Vetus -ovvero la configurazione che il Lazio presentava nell’arco del I Millennio a.C.- prevede la dominazione dei Castelli Romani da parte dei Latini, con inevitabili interazioni con i Volsci, etnicamente discendenti dal ceppo Osco-Umbro e stanziati a pochi passi dall’area in oggetto nella cittadina di Velletri. In sostanza, queste tombe non dovrebbero trovarsi qui, sono delle vere e proprie anomalie storiche. Ma c’è di più.
Recandosi presso il Maschio d’Ariano e sostando nei sepolcri, nel cuore della macchia, vale la pena provare a seguire un’intuizione. Si nota un sentierino parallelo alla necropoli. Percorrendolo, la pietra vulcanica si fa profonda. L’aria diventa vibrante. La temperatura si abbassa.
Intorno si fa scuro. L’umidità si stringe intorno. Infine, ci si ritrova in un immenso dromos: le Forre del Monte Artemisio. Etichettate come “formazioni d’origine vulcanica”, a fronte del loro posizionamento e delle incisioni rupestri -dette coppelle- che mostrano sui loro fianchi, potrebbero essere facilmente reinterpretate come autentiche Vie Cave, tagliate, nel recesso più segreto dei Castelli Romani. Il cerchio si chiude e viene comprovato dalla presenza, pochi metri più in basso, della sorgente d’acqua nota come Fonte Donzella, rinomata per le apparizioni mariane che si manifestano con regolarità agli occhi della “veggente di Lariano”.
Ci sono tutti gli elementi incontrati in Toscana: la necropoli, la tagliata e un corso d’acqua. Tuttavia, si tratta di un quadro che non restituisce risposte ma solo un ulteriori, scomode, domande: gli etruschi erano stanziati nei Castelli Romani? Perché nei libri di storia questo capitolo è stato cancellato?
Non lo sappiamo e probabilmente non lo sapremo mai con certezza. Però, mentre attraverso le Forre dopo aver calpestato le Vie Cave toscane, c’è un tarlo che si affaccia nella mia mente.

Forre del Monte Artemisio

Se è vero che queste opere monumentali, nella Maremma, non furono realizzate dagli etruschi ma da loro antenati ancor più remoti, non è forse possibile che siano in realtà il frutto di una civiltà un tempo estremamente estesa nell’antico territorio italico e tecnologicamente avanzata, ma talmente remota da essere stata completamente rimossa dalla memoria collettiva?

Masticando quest’idea, percorro il grande canyon verde. Qui ogni cosa è sospesa.
Decido di provare a sedermi, indisturbata, fra le pareti a strapiombo e poi a distendermi sul tappeto di foglie secche. Dal fondo del mondo liminale, dove vita e morte si annullano, ogni pensiero si estingue.
Ho interrotto il flusso catabasi-anabasi, la discesa e il ritorno dagli Inferi. Enea, Dante, Ulisse.
Lambisco le porte dell’estinzione per un tempo indefinito. Tutto è dimenticato, eppure persiste la sensazione di una connessione profonda con la roccia, dalla quale trasudano gocce come fossero linfa e sangue ossigenato. Respiro all’unisono con la terra.
“Non puoi restare qui, questo è un luogo di passaggio”.
Mi scuoto: ho fame, comincia a far freddo, vorrei dell’acqua. Segnali della mia appartenenza al regno animato e sensuale. È il momento di andare, mi alzo in piedi togliendomi di dosso il terriccio.
Prima di lasciarmi alle spalle la Via Cava sul Monte Artemisio, commetto l’errore di Orfeo in fuga dall’Ade e mi volto a guardare. La luce del tramonto filtra in spiragli nella gola, la vegetazione si illumina e i muschi prendono vita.
Se è questa è l’ultima visione che si ha prima di attraversare i cancelli della Morte, ora so che non c’è nulla da temere.

Alessandra di Nemora

Un ringraziamento enorme a Valentina, che ha camminato con me nelle Vie Cave della Città del Tufo.
A chi volesse approfondire l’argomento, consiglio la lettura del testo “Le Vie Cave Etrusche – I ciclopici percorsi sacri di Sovana, Sorano e Pitigliano” di Giovanni Feo.

2 Responses to “Le Vie Cave Etrusche e il Monte Artemisio

  • CARLO LUNGARINI
    1 anno ago

    BUONA SERATA ALESSANDRA;
    NEL TUO ARTICOLO HAI DIMENTICATO LA NOTA INTERESSANTISSIMA, SUGGESTIVA
    “TAGLIATA DELLE GROTTE CAVE” DI ROCCA DI PAPA…
    SE NON LA CONOSCI QUANDO VUOI TI ACCOMPAGNO….A PRESTO

    GRUPPO SENTIERISTICA VULCANO LAZIALE
    “suisentieridelMonteArtemisio”

    CARLO LUNGARINI

    • Alessandra
      1 anno ago

      Ciao Carlo! Come ho avuto modo di dirti “dal vivo” più che un’omissione si è trattata di una scelta consapevole, non avendole ancora visitate 🙂 Sfrutterò la prima possibilità per un’escursione insieme! A presto,
      Ale

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