Uno degli aspetti più affascinanti dei resti antichi è il modo in cui, con il passare dei millenni, questi si fondono con il paesaggio, coniugandosi con esso e modellandolo. Percorrendo la Via dei Sepolcri e risalendo dal basso il fianco nord-occidentale del Monte Tuscolo si incontra uno degli esemplari tipici di questo processo: il Santuario Extraurbano di Tusculum.

Ancora prima di raggiungere le imponenti nicchie che ne rappresentano la porzione meglio conservata, si osservano emergere dal terreno sostruzioni che – in modo scomposto – si protendono verso il cielo. Ogni volta, mi richiamano alla mente lo scheletro di un animale marino immenso. Una sorta di capodoglio preistorico, depositato sul fondale di un mare mostruosamente profondo. D’altro canto, eccolo il mare, a ovest. Quel Mar Tirreno che, nelle giornate terse, si vede chiaramente in lontananza e dal quale si narra che giunse Telegono, figlio di Ulisse e Circe, mitologico fondatore di Tusculum.
Ma entriamo nel dettaglio del Santuario Extraurbano, che accoglie i visitatori al loro ingresso nel Parco Archeologico del Tuscolo, ma che cela fra le sua mura una storia complessa e in parte ancora misteriosa.
Indice
Localizzazione
Come già anticipato, il santuario è collocato lungo il percorso della via dei Sepolcri, in corrispondenza del decumanus maximus ma al di fuori del perimetro urbano dell’antica Tusculum, occorrenza da cui deriva l’appellativo “extraurbano“, caratteristica che condivide con l’anfiteatro tuscolano situato a breve distanza (e da non confondere con il teatro, ben visibile e conservato presso l’area del Foro).
L’accesso all’abitato vero e proprio, di fatti, avveniva mediante un diverticolo della Via dei Sepolcri, che aggirava il monumento e raggiungeva la porta occidentale della città. Affacciato sulla Valle della Molara e la Via Latina, la posizione liminale del santuario gli conferisce una funzione ben specifica dal punto di vista simbolico: quella di soglia, di un varco che traghetti da una dimensione all’altra.
Struttura e cronologia
Non è semplice districare le fasi costruttive del tempio. Il Santuario ha vissuto vari stadi evolutivi, i quali hanno seguito i diversi momenti di ascesa e declino di Tusculum: si presenta, in sostanza, come una serie di ambienti fortemente stratificati, non come il frutto di una singola opera edilizia.
Dal punto di vista planimetrico, nella sua forma definitiva, il complesso possedeva una platea superiore e un imponente fronte rivolto a valle. Le sintesi archeologiche identificano un tempio collocato al centro di una vasta terrazza, mentre il livello inferiore era organizzato in una sequenza di grandi ambienti voltati e corpi laterali (la parte oggi più visibile dell’intera struttura), impostati contro il pendio e sostenuti da muri di contenimento, realizzati in fasi successive di ampliamento.
La cronologia varia in base ai diversi autori consultati, ma di base possiamo tirare una linea di fondo definendo i macro-momenti più significativi.

Le fasi costruttive
Gli scavi e la riscoperta
Nel 1804, Luciano Bonaparte (fratello minore di Napoleone) acquistò la Villa Rufinella, presso Frascati, e avviò una stagione di scavi frenetici presso Tusculum, motivati dal desiderio di recuperare statue e opere d’arte per la sua collezione. Dopo oltre sei secoli di abbandono, il sito tornava a essere oggetto di interesse. Questi scavi, pur privi di metodologia stratigrafica, portarono alla luce reperti fondamentali. Fra le figure di spicco attive in questo periodo nell’area del Tuscolo, è doveroso citare Luigi Canina, architetto e disegnatore che censì e documentò con dovizia quanto ritrovato in loco.
Canina, tuttavia, fece un errore di valutazione significativo nel corso delle sue indagini: assimilò questa struttura a una delle residenze private presenti nell’area – come quella di Cicerone, situata a poca distanza dal Santuario – e la identificò come “Villa di Tiberio” (curiosa coincidenza: anche le navi dell’imperatore Caligola recuperate dal fondo del lago di Nemi, in prima istanza furono attribuite a Tiberio). Per tutto l’Ottocento, pertanto, le rovine furono osservate e descritte senza che ne fosse compresa pienamente la funzione.
Fu solo ai primi del Novecento, grazie all’intuizione di Thomas Ashby e alle sue osservazioni sull’organizzazione planimetrica e la posizione strategica e simbolica, che si arrivò a riconoscere il carattere sacro del complesso.
La svolta significativa arrivò negli anni ’90, con le ricerche topografiche e architettoniche dei coniugi Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, che offrirono una base più solida per l’interpretazione del sito. Negli anni più recenti, le attività di Xavier Dupré, della Escuela Española de Historia y Arqueología en Roma e del Gruppo Speleologico di Grottaferrata hanno riportato il santuario al centro dell’attenzione scientifica, con nuove analisi dei resti documentati e nuove proposte ricostruttive.
A quale divinità era dedicato?
Il tema dell’attribuzione resta ancora oggi uno dei temi più discussi. Al momento non esiste un consenso definitivo sulla divinità titolare del santuario. Mancano infatti prove epigrafiche decisive che consentano di associare con certezza il complesso a un culto specifico.
Proprio questa assenza di dati conclusivi rende necessaria una lettura prudente. Gli studiosi lavorano su confronti architettonici, topografici e storici, cercando di capire se il santuario fosse dedicato a una divinità poliade (ovvero protettrice della città), a un culto di transito legato alle vie di accesso o a una figura divina connessa al paesaggio e al territorio.
Le osservazioni più recenti sul tempio hanno riguardato soprattutto la pianta e l’inquadramento tipologico, più che una soluzione definitiva sull’identità della divinità. Per questo, quando si parla di attribuzione, è corretto distinguere tra:
- Attribuzione architettonica, cioè il tipo di tempio e il suo posto nella tradizione romana.
- Attribuzione cultuale, cioè la divinità venerata nel santuario.
La prima oggi è più solida della seconda. In sostanza: sappiamo che tipo di santuario è, ma non capiamo con certezza cosa si venerasse fra le sue mura.
I Dioscuri, Castore e Polluce
Una delle prime ipotesi proposte, interpretava il santuario extraurbano come dedicato ai Dioscuri, i gemelli Castore e Polluce. Tale identificazione si fonda su diverse evidenze:
- Connessione Mitologica: La battaglia del Lago Regillo (496 a.C.), dove i Dioscuri apparvero in soccorso dei Romani contro i Latini (guidati dal tuscolano Ottavio Mamilio e Tarquinio il Superbo, ultimo re di Roma), creò un legame inscindibile tra queste divinità e il territorio di Tusculo.
- Dati Epigrafici: Una fistula in piombo e altre iscrizioni rinvenute nell’area menzionano la res publica Tusculanorum e fanno riferimento a monumenti eretti in onore di magistrati che avevano un legame diretto con il culto dei gemelli divini.
Il culto dei Dioscuri a Tuscolo si inquadra, dunque, come un potente strumento di integrazione politico-religiosa. Essendo divinità protettrici della cavalleria e dell’ordine senatorio, il loro santuario potenzialmente fungeva da punto di incontro tra le nobili origini latine della città e la nuova realtà imperiale romana. Tuttavia, sappiamo per certo che il Tuscolo possedeva per certo un altro tempio dedicato ai Dioscuri, nell’area dell’acropoli, e questa doppia presenza in un territorio così circoscritto rende l’attribuzione ai gemelli divini molto fragile.

Ercole, il protettore della trasumanza
Alla luce degli studi sulla collocazione del santuario, situato immediatamente all’esterno della città e in un punto strategicamente rilevante per la viabilità del territorio fin dall’età arcaica, si è ipotizzato che questo potesse essere consacrato a Ercole, dio protettore della transumanza e dei commerci. Questa ipotesi prende le mosse da una convergenza di indizi tipologici, topografici e storico-culturali. Uno degli argomenti principali è la collocazione del santuario fuori dalle mura, lungo direttrici di accesso al centro urbano:
- I santuari erculei sono spesso connessi alla mobilità: strade, transiti, nodi commerciali;
- Ercole è una divinità associata a viaggi, attraversamenti, protezione dei percorsi.
Questo rende plausibile un culto “di soglia”, tipico degli spazi liminali città–territorio. Il caso più noto è il Santuario di Ercole Vincitore, a Tivoli, che mostra monumentalità su terrazze e rapporto diretto con una via di transito; funzione non solo religiosa ma anche “infrastrutturale”. Il santuario di Tuscolo, pur meno monumentale, replica parte di questa logica insediativa.
Giunone Sospita, l’antica prostituta sacra
Scavando fra le opzioni più recenti vagliate dagli studiosi, incappiamo in un’ipotesi estremamente suggestiva: quella dell’attribuzione a Iuno Sospita, Giunone Sospita (“propizia”). Anticamente dea italica della sessualità e della riproduzione – vergine e al contempo meretrice – venne poi assimilata all’Era greca, “civilizzata” e data in moglie a Giove. Veniva tradizionalmente raffigurata con una pelle di capra sul capo, armata di lancia ed accompagnata da un serpente.
Il dato interessante è la conservazione, presso la Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen, di un acrolito (statua con testa, mani e piedi in marmo e il resto del corpo in legno) appartenente alla dea e proveniente da un punto non precisamente identificato di Tusculum.

Attualmente possiamo ammirare uno splendido esempio di Santuario dedicato a Giunone Sospita presso Lanuvio e siamo in grado di ricostruire le caratteristiche tipiche dei luoghi dedicati al suo culto. Se Ercole di norma veniva venerato lungo aree liminali e di transizione, gli spazi sacri consacrati a Giunone Sospita erano collocati al di fuori dello spazio urbano, in posizione dominante rispetto al paesaggio. Solitamente meno monumentali rispetto agli esemplari coevi dedicati ad altre divinità, si caratterizzavano per la presenza di una grotta o di uno spazio ipogeo (ctonio) sacro, abitato da un serpente e adibito a una specifica prova iniziatica e oracolare legata alla verginità delle fanciulle. Come testimoniato da Sesto Properzio (47 a.C. – 16 a.C. circa), con integrazioni da Plinio il Vecchio (23 d.C. – 79 d.C.), presso Lanuvium annualmente una fanciulla vergine veniva scelta dalla comunità con il compito di portare offerte alimentari (pane o focacce) nella grotta sacra. L’accettazione del dono da parte del serpente comprovava la verginità della fanciulla e assicurava un raccolto ricco e fruttuoso nella nuova stagione, mentre il rifiuto indicava l’impurità della ragazza, la quale veniva sacrificata per scongiurare l’arrivo di una carestia.
Fra la documentazione degli scavi svolti nell’area di Santuario extraurbano, come già detto, risulta il censimento di un cunicolo destinato a un utilizzo mai definito, forse adibito a spazio cultuale. Certo, nell’area di Tusculum non è stata collezionata una mole di ex voto paragonabile a quella rinvenuta presso Lanuvium e, certamente, il luogo esatto del rinvenimento dell’acrolito è ad oggi sconosciuto, ma – ecco – questi dettagli, uniti alla posizione geografica occupata dal tempio, suggeriscono una pista interpretativa plausibile, che rende l’attribuzione a Giunone Sospita una proposta da considerare con attenzione.

Infine, Santuario di Satana
Parlando di culti e della sacralità in relazione al Santuario extraurbano, è doveroso affrontare un tema di cui ho largamente parlato nell’articolo del 2014 Tusculum, il santuario di Satana. Negli anni ’80 e ’90 i Castelli Romani sono stati teatro di un fenomeno che ha tinteggiato di nero l’immaginario popolare: quello del cosiddetto satanismo acido, ovvero di una forma di satanismo particolarmente distruttiva e caotica, spesso frutto di una disperata ricerca giovanile di identità. Lontano dal satanismo “intellettualizzato” di Anton LaVey, questa corrente si esprime con un simbolismo fortemente anticristiano e azioni violente, le quali talvolta sono sfociate persino in casi di omicidio (ricorderete il capitolo delle Bestie di Satana, attive nella zona di Varese).
Il Tuscolo, per la natura isolata e per lo scenario evocativo, ha rappresentato per lungo tempo uno dei luoghi favoriti dalle sette per la celebrazione di Messe Nere. Una delle occorrenze più celebri ebbe luogo proprio all’interno di una delle monumentali camere voltate del Santuario extraurbano, come riportato dalle giornaliste Enrica Cammarano e Letizia Strambi, nel loro saggio “Satana alle porte di Roma” (Edizioni Mediterranee, 1995). Le autrici, accompagnate dalle forze dell’ordine, hanno potuto verificare lo stato dell’ambiente la mattina successiva a una di queste celebrazioni: sul terreno erano sparsi frammenti di santini bruciati, pentacoli e ceri semisciolti, mentre sulle mura comparivano resti di croci rovesciate e un’immagine mariana deturpata. E ancora, tracce di un falò, alcolici dispersi in ogni angolo e gocce di sangue nella polvere. La notizia fece il giro dei giornali locali, alimentando il Satanic Panic imperante.
Al netto dello scenario di per sé sconcertante, quello che trovo interessante è la ragione che porta (o che portava) i gruppi satanisti a scegliere un luogo come questo per i loro rituali. Pensiamoci un attimo. Quando il cristianesimo soppiantò il politeismo, dal IV d.C. in avanti, la tendenza fu duplice: da una parte si procedette per assimilazioni di alcune tradizioni (pensiamo al Sol Invictus e al Natale, ad esempio), dall’altra parte si mise in campo una sorta di bonifica dei luoghi precedentemente considerati sacri. Si teneva lontana la popolazione da credenze e dai siti di culto pagani bollandoli come “espressione del Demonio“. Selezionare un Santuario pagano per la celebrazione di un rituale anticristiano, paradossalmente, significa affermare i principi del cristianesimo. D’altro canto, il satanismo non ha una sua identità indipendente in quanto “religione”, è semplicemente il cristianesimo al contrario. Venerare Satana corrisponde ad amplificare l’esistenza del suo doppio: Dio. È un cortocircuito affascinante, in un certo senso.
Comunque, al di là di qualsiasi speculazione filosofica si possa fare sul tema, un dato è certo: la deturpazione di uno spazio sacro (antico o moderno) è sempre e comunque un sintomo di ignoranza, oltre che un atto ignobile.

Quello che resta
Oggi quello che resta del Santuario extraurbano è un meraviglioso enigma. E ciò che si vede in superficie non è che una piccolissima porzione di quello che la terra nasconde: cunicoli, ambienti interrati, elementi architettonici adagiati su un fianco.
Camminando fra i suoi resti, può capitare di vedere un raggio di luce filtrare attraverso una crepa. Una crepa che dovrebbe schiudersi su una stanza buia, sigillata, sepolta. Affacciandosi si scoprono varchi su mondi sommersi, aperti da una vegetazione testarda e dal lavoro incessante del Tempo. Spazi liminali, dove i rumori del presente si obliterano e in cui risuonano ancora i sospiri delle divinità antiche.
Alessandra
Risorse consultate e fonti
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