Monte Tuscolo, morte e resurrezione

Il Monte Tuscolo è un luogo che, per i suoi connotati geografici e il remoto retaggio storico, evoca gli archetipi più primitivi dell’animo umano.
Nel precedente articolo Tuscolo fra Metapaesaggio e Tao ho reinterpretato il percorso di ascesa verso la sommità del Monte secondo la geomanzia orientale e alla luce degli antichi culti solari. Tuttavia, le tematiche legate alla venerazione dei cicli stagionali e alla rinascita della Luce si ritrovano in tutte le culture del mondo: si tratta di forme di venerazione insite nella radice più genuina e ancestrale dell’Umanità, le quali ci accomunano in quanto specie e ci dotano di una sensibilità reverenziale verso le trasmutazioni stagionali.
I rilievi di entità montuosa o collinare hanno sempre esercitato un fascino mistico sugli uomini. L’ascesa alla montagna era per i Taoisti il mezzo di iniziazione finalizzato alla trasformazione in Maestri Immortali. Mosè sale sulla sommità del Sinai per ricevere le Tavole della Legge. Per la tradizione nipponica Shintoista le cime dei monti erano il rifugio degli dei.
Nel cristianesimo, così come in molte altre religioni, i luoghi prediletti dagli eremiti sono i rilievi, basti pensare al celebre Monastero di San Benedetto di Subiaco o semplicemente ai Romitori nascosti nei boschi dei Castelli Romani, Sant’Angelo in Lacu (Castel Gandolfo) e San Michele Arcangelo (Nemi).
Dopo aver sovrapposto la simbologia Taoista ai reperti megalitici che sembrano suggerire l’esistenza di un luogo di culto solare sulla sommità del Tuscolo, è stato spontaneo il paragone fra questo Monte -con le sue unicità e il suo retaggio- e un altro rilievo distante nello spazio: il Golgota.
La Pasqua Cristiana celebra la resurrezione di Cristo in perfetto allineamento con l’Equinozio di Primavera, fenomeno cosmologico celebrato in ogni angolo del globo, seppur in forme diverse a seconda delle culture locali.
Il Sole emerge trionfante dalle tenebre, Gesù sconfigge la morte e torna fra i vivi.
Via Crucis e Via Lucis. Un continuum che, nel su ciclo di creazione e distruzione, rende possibile la vita. Come nella trimurti induista, come nello yin e nello yang.
Camminando lungo le pendici del Monte Tuscolo è possibile effettuare una vera e propria catabasi, per entrare in contatto con l’autentica oscurità e affacciarsi poi in superficie irradiati di nuova luce.
E le chiavi simboliche di lettura dei luoghi non sono mai univoche, anzi.

Via Crucis, il Cammino della Croce

L’agonia di Cristo ha inizio nell’orto del Getsemani, un podere noto anche come Giardino degli Ulivi, ai piedi di un pendio che ricorda il dolce digradare del Monte Tuscolo verso i campi, alla volta di Roma. Gesù si ferma in questo luogo a pregare, lasciando gli apostoli a vegliare, mentre lui si reca poco oltre e -lontano dagli occhi dei suoi fedeli seguaci- crolla in terra in preda allo sconforto, “vittima di una tristezza mortale”, conscio del martirio che lo aspetta.

«Padre, ogni cosa ti è possibile: allontana da me questo calice! Però, non quello che io voglio, ma quello che tu vuoi».

Il figlio di Dio mostra il suo lato più umano, levando un’accorata supplica fra le fronde degli alberi d’ulivo. Poco dopo Giuda Iscariota lo marchierà con il bacio del tradimento: Cristo viene arrestato e condotto davanti al Sinedrio. Il sommo sacerdote interroga Gesù, cercando un movente valido per condannarlo a morte:
«Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?»
Gesù, con voce ferma e orgogliosa afferma:
«Io sono; e vedrete il Figlio dell’uomo, seduto alla destra della Potenza, venire sulle nuvole del cielo».
Il sommo sacerdote, in segno di sdegno, si straccia le vesti:
«Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Voi avete udito la bestemmia. Che ve ne pare?»
Tutti gli astanti lo condannarono come reo di morte.

Cristo chiude gli occhi e accetta l’inevitabile destino. Il discepolo favorito del Maestro, Pietro, rinnega tre volte Gesù: inizia l’autunno del Regno di Dio in terra.
La condanna definitiva arriva dal procuratore romano Ponzio Pilato il quale, benché non capisca la ragione di tanto accanimento verso l’uomo giusto che ha davanti, decide di accondiscendere alla richieste della folla inferocita: libera Barabba, ebreo zelota macchiatosi di omicidio nel corso di un tumulto, e punisce Gesù con la crocifissione.

Duramente flagellato, percosso con una canna, Cristo in quanto “Re dei Giudei” viene schernito per il suo titolo: depongono sul suo capo una corona di spine, lo vestono di porpora e, spuntandogli addosso, si prostravano davanti a lui. Lo caricano del peso della croce e lo spingono verso la risalita del Golgota, un doloroso tragitto vero la Morte.
La Via dei Sepolcri, sul Monte Tuscolo, offre un consistente parallelo della Via Dolorosa. Si tratta di un percorso costeggiato da tombe, mausolei e colombari del I secolo a.C. esposte verso ovest, dove il sole tramonta all’orizzonte. Per i popoli antichi l’Occidente, in quanto scrigno del sole morente, è sempre stato un forte richiamo verso l’Oltretomba. Qui vediamo Cristo percorrere, passo dopo passo, la sua catabasi, la discesa verso gli Inferi, verso l’estinzione, in direzione dell’Ovest.
Monte Cavo osserva silenzioso, stagliandosi di fronte al costone del Tuscolo. È facile immaginarsi Gesù, sanguinante e con le vesti ridotte a brandelli, inerpicarsi lungo il polveroso Sentiero dei Sepolcri, oltrepassando le tombe di coloro che perirono in croce sul Golgota prima di lui.
Il Maestro, provato dal martirio, cede e non riesce a proseguire oltre: nonostante venga incitato e percosso, non è più in grado di trascinarsi la croce sulle spalle. I soldati romani, perciò, fermano Simone di Cirene un contadino che rientrava dai campi e lo costringono ad aiutare Gesù.
Questa stazione della Via Crucis può essere interpretata, proseguendo con il nostro parallelismo geografico, come l’attimo del passaggio davanti al Tempio di Ercole, le cui rovine si stagliano tutt’ora al termine della Via dei Sepolcri. Celebre in quanto teatro di riti satanici, che animarono le notti del Tuscolo nel corso degli anni ’80 e ’90, questo antico Santuario è dedicato al noto semidio mitologico, contraddistinto da una potenza sovrumana.
Cristo, Dio in terra, perde tutte le forze e ha bisogno dell’aiuto di un mortale per sostenersi e procedere la sua marcia verso la Morte. Si appoggia dunque al Cireneo, uomo comune, un’unione semidivina che consente di sopportare un peso intollerabile (il peso della salvezza dell’intera umanità) fino al compimento del proprio dovere. Come fosse la Tredicesima Fatica di Ercole.
Gesù, rianimatosi, rassicura le donne che si struggevano al suo seguito:
«Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi stesse e per i vostri figli.»

Il Cammino culmina sulla sommità del Golgota: qui viene piantata la Croce, la medesima che si trova sulla cima del Monte Tuscolo. In un gesto di completo cinismo, i soldati tirano a sorte per decidere come spartirsi le vesti di cui era stato spogliato l’uomo che avevano appena martirizzato.
Immaginando la crocifissione, sorge spontaneo raffigurarsi Gesù inchiodato rivolto verso l’Ovest, dove il sole termina il suo percorso e affonda i suoi raggi nel regno dell’Oscurità.
L’agonia di Cristo avviene di fronte a un tramonto apocalittico, con le pendici del Monte Tuscolo incendiate di rosso nel loro digradare dolcemente verso Roma, dove l’apostolo del triplice rinnegamento sarà crocefisso a sua volta, a testa in giù.

A Mezzogiorno il cielo si oscura: le tenebre avvolgono la Terra in una sorta di eclissi solare fino alle 3 del pomeriggio. Cristo combatte contro la Morte, ormai alle porte.
Vessato, sfinito, dissanguato, infine erompe in un grido:

«Eloì, Eloì lamà sabactàni
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

I  presenti gli somministrano da bere aceto e fiele, tendendo alle sue labbra riarse una spugna imbevuta.
Gesù, infine, collassa: emette ultimo lamento straziante di dolore e spira. Nel momento in cui la vita lo abbandona, il velo del tempio di Gerusalemme, la cortina che copriva l’Arca dell’Alleanza e delimitava il confine fra Sacro e Terreno, si squarcia improvvisamente. Qualcosa nell’Ordine cosmico è mutato per sempre.
Un Centurione che aveva assistito alla scena mormora «Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio.».

Via Lucis, il Cammino della Luce

Ogni anno, a cavallo fra il 21 e il 25 Dicembre, si verifica un particolare fenomeno cosmico. Il Solstizio d’Inverno è il giorno di massima oscurità nell’arco dell’anno, culmine di un processo di accorciamento delle giornate che ha inizio a partire dal Solstizio d’Estate (il giorno più luminoso) e che subisce una notevole accelerazione a partire dall’Equinozio d’Autunno.
A partire dal 21 dicembre, per 3 giorni, il sole occupa sempre la medesima posizione sull’orizzonte al momento del tramonto: la terra giace nell’oscurità, l’inverno avvolge il pianeta. Tre gli aspetti della Santissima Trinità, tre sono i rinnegamenti di Pietro, tre le ore di buio che inghiottiscono il Cielo, alle ore tre Cristo emette il suo ultimo respiro. Tre sono i Giorni in cui Gesù giace, cadavere nel sepolcro. Tre sono i Giorni dell’Inverno.
Dal 25 Dicembre, di fatti, il Sole si libera dalla sua prigionia e risorge invitto: le ore di luce aumenteranno progressivamente, inizia la marcia verso la Primavera. Questo evento era vissuto come un autentico prodigio dalle antiche civiltà di ogni angolo del mondo, che celebravano il trionfo della luce con rituali e festività. Fra quest’ultime figura a pieno titolo il Sol Invicuts romano, sul quale si innesterà il Natale cristiano, in epoca successiva.
Il ritorno della Luce, Via Lucis. Dopo mesi in cui la natura giaceva come morta, avviene il miracolo della Resurrezione.

Giuseppe d’Arimatea, in un gesto di pietà, riscatta il corpo di Cristo, lo avvolge in un lenzuolo (la Sindone) e lo depone in un sepolcro ricavato da un unico blocco di roccia. Un megalite dalle fattezze analoghe è presente anche sulla cima del Monte Tuscolo, poco distante dalla Croce di vetta, vestigia di una popolazione ancestrale e in profonda comunione con i cicli naturali.
Il monolite riporta segni di incisioni sacre (coppelle, vaschette, canaletti) ed è orientato verso l’Est, culla del Sole nascente. Ma non solo. La sua disposizione combacia con un allineamento solare molto specifico: arrampicandosi sulla sua sommità e osservando l’alba nel giorno dell’Equinozio di Primavera, sarà possibile veder sorgere il sole dalla sommità di Monte Fiore, sito identificato dallo studioso Riccardo Bellucci come antico osservatorio solare dedicato al Solstizio d’Estate.
Un sepolcro orientato verso le fasi di rinascita, che ha una funzione uterina di nutrimento e rigenerazione, per restituire poi alla Luce quanto serbato nell’oscurità.
Dopo aver giaciuto per 3 giorni nello scrigno di roccia, Cristo risorge.

« So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto. »

I discepoli si recano presso il Sepolcro e lo trovano vuoto. Il figlio di Dio ha sconfitto la Morte e cammina sulla Terra, è di nuovo Primavera.
La Pasqua, non casualmente, combacia con il periodo in cui ha luogo l’Equinozio Primaverile: questa festività, di fatti, non è altro che la moderna eredità delle celebrazioni primordiali in onore della gloria luminosa del Dio-sole.
Il coronamento di questa catarsi stagionale -e la chiusura del Vangelo- si ha con la Pentecoste, l’ascesa dello Spirito Santo, che nel calendario cattolico anticipa di poco il Solstizio d’Estate:

« Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo. Apparvero loro lingue come di fuoco, ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo. »

La missione di Cristo sulla Terra è compiuta, l’oscurità è sconfitta, l’Umanità è salva di nuovo.
Dalla sommità del monolite, sul Monte Tuscolo, ci voltiamo di nuovo a Occidente, a onorare la croce, non più simbolo di Morte, ma emblema dell’abbattimento del confine fra Divino e Uomo che si espleta nella contemplazione dei cicli cosmici.
Esprimendoci mediante le parole di Albert Camus:
“Ho compreso, infine, che nel mezzo dell’inverno vi era in me un’invincibile estate.”.

Alessandra di Nemora

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